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«Ai politici chiediamo fatti, non parole»
di Giulia Pacifici su il manifesto – 9 settembre 2010
«Piove governo ladro». Inizia così, tra un aprire di ombrelli e un sollevare di cappucci a causa della pioggia, il primo intervento di un’insegnante all’assemblea dei precari della scuola a piazza Montecitorio. Qualcun altro è più ottimista, e ci scherza su con un «precario bagnato precario fortunato». Viene srotolato uno striscione: «Docenti di ruolo solidali con i colleghi precari» e partono gli applausi.
La piazza è loro, la presidiano da quasi tre settimane rimanendo anche la notte, il posto più ambito è nel camper ma a rotazione si dorme pure in tenda.
L’arrivo in piazza dei politici crea momenti di tensione: alcuni precari contestano il capogruppo Pd alla Camera, Dario Franceschini. «Non vogliamo essere uno strumento per ottenere visibilità, vogliamo dei fatti concreti» dicono a Franceschini. «Hanno ragione ad essere arrabbiati – si è difeso il deputato di fronte alle telecamere – ma noi stiamo sostenendo la loro battaglia. È sbagliato fare di tutta l’erba un fascio».
Per qualche minuto sembra che la rabbia prevalga, c’è chi grida contro il politico di turno – erano presenti anche Di Pietro dell’Idv e Ignazio Marino del Pd – e chi cerca di riportare la calma. La situazione torna presto sotto controllo. «Lasciamo da parte le polemiche – interviene Francesco Cori del Coordinamento dei precari – e iniziamo con gli interventi. Non siamo qui per fare bagarra ma per organizzare il calendario della protesta».
Non ci tengono alla spettacolarizzazione né agli eroismi. «Ho sentito troppi ismi, mentre la nostra protesta è unitaria e collettiva» dice Giuliana Valli, l’insegnante romana che ha iniziato lo sciopero della fame cinque giorni fa. «Mi stupisco che una rinuncia volontaria – continua – qual è il mio digiuno desti più scandalo di molte situazioni veramente tragiche in cui le persone sono ridotte sul lastrico».
Le forme di protesta sono molteplici, due precari sono arrivati martedì sera in macchina da Mantova e hanno montato un banchetto per distribuire un libro autopubblicato.
«Doceo ergo sum…precarius», insegno quindi sono precario, si legge sulla copertina. «È una raccolta di aforismi che abbiamo scritto in due mesi io e mio marito – racconta Matilde Serlini, insegnante di lingua spagnola nei licei mantovani – per raccontare con dignità e ironia la condizione del precariato».
Il prossimo appuntamento che si danno gli insegnanti è il 13 settembre, il primo giorno di scuola per gli istituti romani. I docenti entreranno in classe e parleranno della riforma ai propri alunni, spiegandola in maniera semplice, cercando così di informare sia gli studenti sia i genitori. Poi, nel pomeriggio, si sposteranno al ministero dell’Istruzione per un sit-in.
Molti chiedono ai deputati in piazza di portare la questione in parlamento. Marco, insegnante di lettere nelle scuole di Civitavecchia, 35 anni e precario da 10, chiede uno sforzo in più all’opposizione. «Un’interrogazione parlamentare non fa notizia, la sinistra deve tornare fisicamente in mezzo alle persone, magari anche per essere criticata». Lui non ci sta a fare di tutta l’erba un fascio «Questo attacco alla scuola pubblica – dice – sta proprio nel dna della destra e del berlusconismo. È un modo per eliminare un fattore importantissimo di emancipazione sociale e per evitare che si formino coscienze critiche».
In piazza gli interventi si susseguono uno dopo l’altro. Una insegnante prende il megafono per ricordare che «le assunzioni a tempo determinato ci sono, ma nelle scuole private, a cui lo stato concede un finanziamento di un miliardo e 500 milioni di euro». Il cielo intanto si libera e la pioggia da’ tregua ai partecipanti al presidio.
A sinistra del Pd: partito cercasi
di Cesare Salvi su il manifesto – 9 settembre 2010
A proposito dei condivisibili ragionamenti svolti questa estate da Alberto Asor Rosa su il manifesto e del dibattito che ne è seguito.
Partiamo da una premessa: l’Italia è una repubblica parlamentare, non presidenziale. Lo ricordiamo sempre a Berlusconi, qualche volta fa bene ricordarlo a sé stessi. La differenza fondamentale è che nei sistemi presidenziali il capo del governo è eletto direttamente dai cittadini, in elezioni separate anche temporalmente da quelle del Parlamento. Egli dal Parlamento non deve avere la fiducia, anche se ha bisogno del consenso dell’Assemblea (come Obama sa) per far approvare le leggi che propone.
Nelle democrazie parlamentari, invece, il capo del governo non è eletto direttamente, ma è scelto dopo il voto, sulla base dei risultati ottenuti nelle elezioni parlamentari delle diverse forze politiche. Anche nelle democrazie parlamentari i partiti indicano un candidato premier, se lo ritengono una coalizione, e un programma. Se in Parlamento un partito o una coalizione ha la maggioranza, si provvede come indicato preventivamente. Altrimenti, senza drammi, i partiti decidono quale governo formare. Può essere quello non indicato dagli elettori: è successo in Germania nella precedente legislatura e in Gran Bretagna in quella attuale. Il punto che voglio sottolineare è che nelle democrazie parlamentari la decisione definitiva sul governo la prendono i partiti in Parlamento.
Perché tutto questo ragionamento? Per dire che le primarie non possono svolgere in un sistema parlamentare la stessa funzione che svolgono negli Stati Uniti. Tanto è vero che in Gran Bretagna non esistono, e l’unico paese europeo che vuole introdurle è la Francia, dove appunto si elegge il Presidente della Repubblica in via autonoma e separata rispetto al Parlamento.
Per questa ma anche per altre ragioni le primarie non mi hanno mai persuaso, e l’ho detto e scritto dal primo momento, diversi anni or sono. Se si ritiene di farle lo stesso, deve essere ben chiaro che non si sceglie il candidato da proporre a un’elezione monocratica, ma si propone il leader di una coalizione. E’ questa la ragione per la quale non ha senso contrapporre, come mi pare faccia il compagno Vendola, l’idea delle primarie a quella dell’alleanza democratica. Infatti, comunque, alle elezioni una coalizione dovrà pur presentarsi. O si propone il partito unico (e mi pare che nessuno lo stia facendo) oppure il candidato dovrà dire, fra le altre cose, da quali forze politiche ritiene debba essere composta l’alleanza che si presenterà alle elezioni. Insomma, i partiti non solo ci sono (anche se possono non piacere) ma ci saranno alle elezioni, che, ripeto, sono per il parlamento e non per il capo del governo. Spetta a chi si candida a governare l’onere di dire quale alleanza ha in mente.
Insomma le primarie non sono un diritto irrevocabile del popolo ( capisco il linguaggio immaginifico, ma a volte bisogna essere concreti) ma uno strumento che, una volta scelto, non è un valore in sé, e impone l’onere di spiegare bene dove si vuole andare a parare.
E qui veniamo alla sinistra. La Federazione della sinistra non è un cartello elettorale tra i due partiti comunisti. Essa si propone di unire la sinistra italiana e per questo nel documento che è alla base del prossimo congresso (chi è interessato può leggerlo nel sito www.federazionedellasinistra.com) chiede a tutti i cittadini e agli altri soggetti politici della sinistra, a partire da Sel, di concorrere a questo progetto, che richiede il più ampio concorso di forze. In questo momento le proposte politiche della Federazione della Sinistra sono due: alleanza democratica, unità a sinistra. Leggo molte polemiche sulla prima, nessuna considerazione sulla seconda. Eppure non mi pare secondario porsi il tema se serva una forza politica della sinistra che, a partire dal 6/7% dei consensi delle ultime elezioni, svolga in Italia un ruolo di progresso, di rappresentanza del mondo del lavoro, di critica al capitalismo neoliberista.
Tanto più nel momento in cui sembrano avvicinarsi le elezioni anticipate, sarebbe utile che a sinistra invece di polemizzare si discutesse di come unire, nelle forme che si vedranno, le forze politiche e i cittadini di sinistra. Mi pare un problema serio, almeno quanto quello delle primarie.
Secesso
New deal? No, esce dall'angolo
Il fumo e l'arrosto
Festa nazionale martedì 7 settembre
Continua la presenza numerosa e attenta ai dibattiti organizzati nella prima Festa nazionale della Federazione della Sinistra. Si avverte l’esigenza di ascoltare, di discutere e di ricominciare a ragionare anche provando ad intersecare i temi e le questioni. Ieri sera, il dibattito centrale verteva su vecchi e nuovi fascismi alla ricerca di una continuità storica, di similitudini e differenze che ricadono pesantemente nell’attualità. Negli interventi, per quanto incentrati sulle specifiche competenze, da quello di Massimo Rendina, voce storica dell’Ampi, a Saverio Ferrari studioso delle nuove destre , dal magistrato Ferdinando Imposimato al direttore di Liberazione Dino Greco a Fabrizio De Sanctis, della FdS, sono emersi due tratti comuni che rimandavano all’attualità stringente. Da una parte la svolta padronale di Federmeccanica, attacco autoritario ai diritti e, contemporaneamente le modalità con cui si vanno restringendo gli spazi di democrazia reale. Leggi elettorali che rimandano al Listone del Ventennio, una magistratura che si vuole assoggettata al potere politico per frantumare la separazione dei poteri, le forme di normalizzazione dell’accesso all’informazione, attuate sia attraverso l’eliminazione monopolistica, delle voci discordanti, sia con la costruzione di un pensiero unificato e unificante che esclude saperi critici, forme di organizzazione diversificate di un radicalismo populista di destra atto a costruire identità artificiali ed escludenti. Bianca Bracci Torsi, che ha coordinato il dibattito, ha provveduto a indicare i nessi strutturali fra le diverse tematiche affrontate, col risultato che per oltre 2 ore, almeno un centinaio di compagni e compagne, hanno prestato attenzione costante agli interventi, segnale non scontato della volontà, che sta attraversando l’intera festa, di rielaborare un pensiero alternativo.
Stefano Galieni
Intervista a Maurizio Landini
“Federmeccanica ha violato la legge pronti alla denuncia”
di Paolo Griseri su Repubblica 8 settembre 2010
Al muro di Federmeccanica la Fiom risponderà «anche con la battaglia legale».
Maurizio Landini, perché finire in tribunale?
«Lo stiamo valutando in queste ore. Ma certo recedere, come dice Federmeccanica, dal contratto 2008 solo a partire dal 2012 significa riconoscere che il contratto 2008, firmato da tutti i sindacati, è valido fino al dicembre del 2011, la sua scadenza naturale».
Dunque?
«Se Federmeccanica riconosce che il contratto del 2008 è ancora valido, non poteva firmare quello separato del 2009. Facendolo, potrebbe aver violato la legge».
Qual è il vostro giudizio sulla mossa di Federmeccanica?
«E’ il primo passo, grave, verso la fine del contratto nazionale».
Gli imprenditori pensano a un contratto per il solo settore auto. Non vi convince?
«Il contratto auto a cui pensano è quello di estendere a tutti le regole dell’accordo di Pomigliano. Mi pare azzardato definire quello di Pomigliano un contratto».
Il suo collega della Fim, Giuseppe Farina, dice che la disdetta di Federmeccanica non è una notizia. Come risponde?
«Parlando in questo modo Farina offende innanzitutto i lavoratori metalmeccanici italiani. Chi ha dato a Fim e Uilm il mandato per modificare il contratto lo scorso anno? Segnalo chel’accordo del 2008 era stato confermato dal voto di tutti i metalmeccanici italiani».
Dice che Fim, Uilm e Fismic hanno la maggioranza degli iscritti e che dunque possono trattare a nome di tutti…
«Il fatto è che i contratti non valgono solo per gli iscritti ma per tutti i lavoratori. Se sono così sicuri di avere la maggioranza, perché l’anno scorso non hanno voluto sottoporre il loro accordo separato al referendum?».
Federmeccanica chiede nuove regole per rendere più competitive le aziende. Non siete d’accordo?
«La Fiom ha firmato migliaia di accordi nelle aziende concedendo turni di lavoro in più, non possono accusarci di essere rigidi. Non possono chiederci per di abolire il diritto di malattia e quello di sciopero. L’idea che la concorrenza si batte abolendo i contratti collettivi è sbagliata. Negli Usa l’assenza di un contratto nazionale ha consentito ai giapponesi di produrre in quel paese con le regole stabilite a Tokyo. Così la Chrysler è fallita».
Marchionne dice che i sindacati americani sono molto meglio di voi…
«Per Marchionne i sindacati della Chrysler sono il principale azionista: vorrei vedere che li trattasse male».
Che cosa cambia ora per i metalmeccanici italiani?
«Possono cambiare molte cose per le migliaia di aziende in cui la Fiom è l’unica sigla presente in fabbrica. Sarà difficile peri titolari di quelle imprese decidere che il sindacato non esiste più. Credo che molti imprenditori rischieranno di subire le conseguenze di una mossa dettata dalla Fiat».
I rapporti con Fim e Uilm sono a pezzi. Come ricostruirli?
«Con una legge sulla rappresentanza che stabilisca le regole del gioco. E che obblighi i sindacati a sottoporre contratti e accordi a referendum, come vuole la democrazia».
Il pugno di ferro degli indistriali
di Luciano Gallino su Repubblica 8 settembre 2010
Il contratto nazionale di lavoro dovrebbe svolgere due funzioni fondamentali: perseguire una distribuzione del Pil passabilmente equa tra il lavoro e le imprese, e stabilire quali sono i diritti e i doveri specifici dei lavoratori e dei datori. Diritti e doveri al di là di quelli sanciti in generale dalla legislazione in vigore. La disdetta dei contratto nazionale dei metalmeccanici da parte di Federmeccanica compromette ambedue le funzioni, a scapito soprattutto dei lavoratori. Caso mai ve ne fosse bisogno. I redditi da lavoro hanno infatti perso negli ultimi venticinque anni almeno 7-8 punti sul Pil a favore dei redditi da capitale (dati Ocse). Perdere 1 punto di PiI, va notato, significa che ogni anno 16 miliardi vanno ai secondi invece che ai primi. Questa redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto ha impoverito i lavoratori, contribuito alla stagnazione della domanda interna, ed è uno dei maggiori fattori alla base della crisi economica in corso. Quanto al diritti, sono sotto attacco sin dal primi anni 90 e la loro erosione ha preso forma della proliferazione dei contratti atipici che sono per definizione al di fuori del contratto nazionale. Per cui lasciano ai datori di lavoro la possibilità di imporre a loro discrezione, a milioni di persone, quali debbano essere le retribuzioni, gli orari, l’intensità e le modalità della prestazione, e soprattutto la durata del contratto. Si potrebbe obbiettare che il contratto dei metalmeccanici riguarda solo un milione di persone, su diciassette milioni di lavoratori dipendenti. Ma non si può avere dubbi sul fatto che altrisettori dell’industria e dei servizi seguiranno presto l’esempio di Federmeccanica. Dietro la quale è sin troppo agevole scorgere non l’ombra, bensì il pugno di ferro che la Fiat sembra aver scelto a modello per le relazioni industriali. Le conseguenze? Ci si può seriamente chiedere come possa mai immaginarsi un imprenditore o un manager, e come possa sostenere in pubblico senza arrossire, di riuscire a competere con i costi del lavoro di India e Cina, Messico e Vietnam, Filippine e Indonesia, cercando di tenere fermi i salari dei lavoratori italiani mentre li si fa lavorare più in fretta, con meno pause e con un rispetto ossessivo dei metodi prescritti. Magari a mezzo di altoparlanti e Tv in reparto, come già avviene in aziende del gruppo Fiat. Allo scopo di competere con tali paesi bisognerebbe produrre beni e servizi che essi non sono capaci di produrre, o perché sono altamente innovativi, oppure perché sono destinati al nostro mercato interno. Ma per farlo occorrerebbe aumentare di due o tre volte gli investimenti in ricerca e sviluppo, che ora vedono l’Italia agli ultimi posti nella Ue. Affrontare una buona volta il problema dello sviluppo di distretti industriali funzionanti come fabbriche distribuite organicamente sul territorio, tipo i poli di competitività francesi o le reti di competenze tedesche. Accrescere gli stanziamenti per la formazione professionale, le medie superiori e l’università, invece di tagliarli con l’accetta come si sta facendo. A fronte di ci che sarebbe realmente necessario per competere efficacemente con i paesi emergenti, la guerra scatenata da Fiat e Federmeccanica al contratto nazionale di lavoro è un povero ripiego. Che farà salire la temperatura del conflitto sociale. Per di più impoverirà ulteriormente i lavoratori, che così acquisteranno meno merci e servizi, abbasseranno gli anni di istruzione dei figli e dovranno andare in pensione prima perché non possono reggere a un lavoro sempre più usurante. Fa un certo effetto vedere degli industriali che nel 2010, a capo di fabbriche super tecnologiche, si danno la zappa sui piedi.
Gli ultimi della classe
di Antonio Sciotto su il manifesto 8 settembre 2010
L’Italia è agli ultimi posti in Europa per investimenti sulla scuola: più precisamente è penultima, precede solo la Slovacchia. I dati, pesanti ma non certo inaspettati, vengono dall’Ocse, che ieri ha diffuso il suo consueto report annuale sul mondo dell’istruzione. Il nostro paese spende il 4,5% del pil nelle istituzioni scolastiche, contro una media Ocse del 5,7%. Numeri che sostengono le critiche di opposizione e sindacati (in particolare la Cgil) contro il governo e la ministra Mariastella Gelmini. Gelmini che, però, ieri non batteva ciglio, e anzi ribaltava i dati Ocse a proprio favore.
La Slovacchia, «ultima della classe», spende solo il 4% del Pil. Ai primi posti si piazzano invece Islanda, Stati Uniti e Danimarca. Ogni scolaro costa in media ogni anno, in Italia, 6622 dollari (non molto lontana dalla media Ocse di 6687 dollari). L’Italia è inoltre ultima in classifica, per la percentuale di spesa pubblica destinata alla scuola, il 9% (rispetto a una media del 13,3%), seguita da vicino da Giappone e Repubblica ceca.
Ma c’è un’altra notizia che certamente non stupirà nessuno, che purtroppo è scientifica conferma di quanto tutti nel nostro paese già sanno: gli insegnanti della scuola pubblica italiana vengono pagati poco, e in particolare meno della media dei colleghi dei Paesi Ocse. Come se non bastasse, il divario si accentua con il passare degli anni di servizio. Un maestro elementare italiano, ad esempio, guadagna poco più di 26.000 dollari l’anno a inizio carriera, contro una media Ocse di quasi 29.000. Alla fine della carriera, il suo stipendio sale a 38.381 dollari, ma la media nei Paesi Ocse è salita a 48.000 dollari, cioè quasi 10 mila euro in più. Lo stesso vale per il professore delle scuole medie (che guadagna tra i 28.098 dollari iniziali e i 42.132 di fine carriera) e per il docente delle superiori: quest’ultimo, tra gli insegnanti italiani, ha l’aumento più consistente, passando nel corso della carriera da 28.098 dollari a 44.041, ma la media dei suoi colleghi di altri Paesi passa da 32.500 dollari a oltre 54.700.
Il solito disastro del Belpaese, che gli istituti internazionali ogni volta non fanno altro che certificare. Dalle associazioni studentesche, dall’opposizione e dalla Cgil, arrivano le critiche più pesanti al governo, dato che ha tagliato quest’anno ben 8 miliardi di euro all’istruzione pubblica.
Dati negativi anche dal rapporto studenti insegnanti, e dalla dimensione delle classi: gli studenti sono più numerosi nelle classi italiane (22 contro una media Ocse di 18) e il rapporto studenti/insegnante è tra i più bassi (16,4 contro una media di 10,6). In Italia le ore di istruzione previste per i ragazzi tra i 7 e i 14 anni sono 8.200. Solo in Israele gli studenti stanno più a lungo sui banchi, mentre la media Ocse si ferma a 6.777.
Secondo Mimmo Pantaleo, segretario Flc Cgil, l’Ocse «boccia sonoramente le politiche del governo sul sistema d’istruzione: l’Italia non solo spende meno, ma ha tagliato risorse pari a 8 miliardi di euro in tre anni alla scuola e 1,3 miliardi all’università. Per il governo l’istruzione è un costo e non una risorsa. Gli insegnanti sono pagati molto meno dei loro colleghi europei ma il governo ha bloccato per tre anni gli stipendi e cancellato gli scatti d’anzianità».
La ministra Gelmini valuta i dati, al contrario, come «la conferma delle politiche del governo: gli studenti non devono passare tante ore in aula per avere una buona istruzione, e le retribuzioni degli insegnanti devono aumentare in base al merito e non solo per l’anzianità». Per Pd, Idv e Rete degli studenti medi, l’Ocse «boccia la Gelmini», e tutti chiedono «più investimenti nell’istruzione, come vera ricetta anti-crisi». Secondo la Cisl scuola, le cifre Ocse sono «occasione per una riflessione seria su alcuni problemi cronici». 200 mila
INSEGNANTI PRECARI
«Sono troppi, noi non possiamo sostenerne il peso economico, i 700mila di ruolo sono sufficienti a far fronte alle esigenze della scuola». Lo ha detto pochi giorni fa la ministra Mariastella Gelmini. 80 mila
INSEGNANTI DI SOSTEGNO
È circa il numero dei docenti che seguono, dentro le classi, gli alunni con disabilità. Peculiarità (di pregio) italiana, visto che in altri paesi d’Europa i disabili sono a carico del sistema assistenziale o sanitario. 30 mila
INSEGNANTI DI RELIGIONE
Sono i docenti di religione, scelti e indicati dai vescovi, ma assunti e pagati dallo stato italiano. Sempre più scuole, tra l’altro, lamentano l’assenza di attività alternative per gli alunni che non seguono l’ora di religione.
Strappo suicida
di Loris Campetti su il manifesto 8 settembre 2010
Marchionne comanda, Ceccardi obbedisce. Il modello di relazioni sociali in Italia dev’essere quello imposto a Pomigliano d’Arco, senza scioperi e senza mensa, senza orari e senza diritti sindacali e chi si mette di traverso fuori dai piedi. O così o me ne vado da Federmeccanica, dal contratto, dall’Italia, aveva minacciato l’uomo forte del Lingotto. E Federmeccanica ha eseguito, tra gli applausi del governo e i brindisi dei sindacati complici, eccitati dall’esclusione della Fiom da ogni confronto.
Fatta la legge, trovato l’inganno. Traduzione della Federmeccanica: fatto il contratto, trovata la deroga. Tutto sta a scegliersi il contratto giusto, quello che già contenga in sé la possibilità di disattenderlo. Sulla base di questo presupposto, ieri l’organizzazione delle imprese metalmeccaniche ha decretato la morte del contratto nazionale di lavoro siglato unitariamente da tutti i sindacati di categoria e sottoscritto con un referendum dalla stragrande maggioranza dei lavoratori. E una volta cancellato unilateralmente il contratto legittimo, che per comune decisione di tutti i contraenti deve restare in vigore fino al 31 dicembre del 2011, Federmeccanica ha deciso di riconoscersi in quello separato del 2009 che la Fiom non ha firmato e la cui legittimità continua e continuerà a contestare, anche perché quel testo non è mai stato sottoposto al giudizio degli interessati.
La ragione della scelta è semplice: riconvocare i firmatari dell’accordo separato e decidere «insieme» le deroghe necessarie a neutralizzarlo. Con una fava si prendono due piccioni: si espelle la Fiom dalla trattativa e si obbedisce al diktat Fiat che pretende un contratto per sé, vale a dire per il solo settore auto. Di deroga in deroga, i contenuti del futuro contratto sono già scritti, ben prima della finta trattativa con i sindacati compiacenti già chiamati a corte e sono in tutto e per tutto eguali a quelli imposti con il famigerato referendum truccato agli operai di Pomigliano d’Arco. Per la precisione, siccome Marchionne voleva un contratto personalizzato mentre lo stato maggiore delle imprese di categoria voleva estendere le deroghe a tutti i settori, alla fine Federmeccanica ha fatto il più uno, deroghe per tutti e qualche supplemento per l’auto per consentire alla Fiat di estendere la vergogna di Pomigliano a tutti i suoi stabilimenti italiani.
Il presidente di Federmeccanica Pierluigi Ceccardi ha rasentato il comico, quando al termine del direttivo della sua organizzazione ha dichiarato ai giornalisti che «Fiat non ha spinto per niente». Infatti non ha spinto, Sergio Marchionne ha semplicemente ordinato a Federmeccanica di fare «in piena autonomia» tutto quel che ha fatto per evitare la fuoriuscita del socio principale dalla cricca padronale in tuta blu. I consigli ragionevoli di ex soci e dirigenti di Federmeccanica non sono stati minimamente presi in considerazione. Eppure dicevano che dividere i sindacati non conviene perché non aiuta a sconfiggerli (Cesare Romiti), e che la strada dei contratti separati senza la Fiom genera conflitto e dunque non va percorsa (Innocenzo Cipolletta). Sarà interessante vedere cosa succederà in quelle fabbriche, e sono tantissime, in cui l’unico sindacato presente è la Fiom e in quelle, e sono la maggioranza, in cui la Fiom è l’organizzazione che rappresenta la maggioranza assoluta dei dipendenti. Se cercano la rissa, la troveranno. In alcune regioni, a partire dall’Emilia e dalla Toscana, alla vigilia dell’annunciato «recesso» dal contratto 2008 da parte della Federmeccanica, alcuni imprenditori hanno già sottoscritto accordi con la Fiom che ne prevedono l’applicazione.
Contraddizioni in seno al padronato. Il cui vertice chiede ai metalmeccanici Cgil di «ravvedersi», e raccoglie con grossolana soddisfazione la capitolazione subalterna dei sindacati «complici» che ringraziano a ogni schiaffone che ricevono da Marchionne e dalla Federmeccanica. Il prossimo passo – assai probabile, visti gli andamenti delle ultime elezioni delle Rsu in molte fabbriche che premiano la Fiom e penalizzano in particolare la Fim – sarà il premio padronale agli operai che si iscriveranno al sindacato giusto. In qualche posto sta già capitando. Sarebbe interessante se chi sogna il dopo Berlusconi si interrogasse su quel che sta succendendo in Italia.
Che disdetta
STRAPPO SUICIDA
Sinistra: Salvi, costruire subito alleanza democratica
(ANSA) – ROMA, 7 SET – ‘L’irresponsabilita’ di Berlusconi e Bossi puo’ trascinare l’Italia in una nuova crisi istituzionale.
Questa volta il bersaglio e’ il Presidente della Camera.
Legittimo chiederne le dimissioni; non e’ legittimo coinvolgere il Presidente della Repubblica, e minacciare l’Aventino e la guerriglia alla Camera per ottenerle’. Cosi’ Cesare Salvi, Portavoce della Federazione della Sinistra ‘Di fronte alla crisi politica della maggioranza – spiega – il Presidente del Consiglio deve dimettersi, lasciando al Capo dello Stato, come la Costituzione vuole, la ricerca delle possibili soluzioni. Oggettivamente si avvicina la possibilita’ di elezioni anticipate. Il PD ha formulato una proposta: un’alleanza democratica fondata sulla difesa e sul rilancio della Costituzione’.
‘La Federazione della Sinistra si e’ detta pronta a fare la sua parte – ricorda – a collaborare alla costruzione di questa alleanza democratica. E’ venuto il momento di passare dalle parole ai fatti, di ‘far vedere’ agli italiani che questa alleanza democratica esiste, che e’ una cosa seria, non un’ammucchiata contro ma un’alleanza per far vivere la Carta fondamentale con le sue regole democratiche, i diritti sociali e di liberta’, il principio di unita’ nazionale; per chiudere la troppa lunga parentesi di Berlusconi e di Bossi. Proponiamo a Bersani, a Di Pietro, a Vendola, a tutti coloro che hanno responsabilita’ politiche nell’attuale opposizione dentro e fuori il parlamento, di abbandonare contrasti intestini, ambizioni personali, legittime differenze, perche’ oggi la priorita’ e’ un’altra: e’ l’avvenire dell’Italia. Si riuniscano subito le forze politiche interessate, individuino i punti condivisi, predispongano una grande e unitaria manifestazione nazionale – conclude Salvi – alla quale chiamare a raccolta le italiane e gli italiani che vogliono il cambiamento’.
Pronte politiche peggiori. Con o senza Berlusconi
di Cesare Salvi su Liberazione del 7 settembre 2010
Si sta lavorando in Italia per una destra senza Berlusconi. Non mi riferisco a Fini, e nemmeno a Rutelli. Segnalo alcuni fatti. Tremonti occupa le prime tre pagine di Repubblica per discettare di modello europeo, di patto sociale, di apertura all’opposizione. Il Sole 24 Ore pubblica in prima pagina una lunga intervista a Padoa Schioppa, che sostiene l’opinabile tesi che le politiche di Tremonti sono le stesse di Prodi, e il giorno dopo dedica due pagine a opinionisti e politici che con vari toni confermano in termini elogiativi questa tesi. La presidente di Confindustria a Cernobbio per la prima volta critica le politiche non abbastanza “riformiste” del governo.
Di fronte all’evidente crisi politica dell’attuale maggioranza, si lavora per un nuovo governo di destra, possibilmente in questa legislatura, ancora meglio con il concorso della “opposizione responsabile”: l’Udc e persino il Pd. Quale è il programma? Il modello Germania, il patto sociale… cerchiamo di capire di che si tratta. Nell’intervista di Tremonti, accanto alle consuete arguzie intellettuali, c’è un grande vuoto e un grande pieno. Il grande vuoto è l’occupazione. Dal dibattito il dramma della disoccupazione crescente scompare. Il problema è solo la produttività, la competitività, la necessità che i lavoratori se ne facciano carico. Il pieno è l’art. 41 della Costituzione. Ancora una volta, si propone di cambiare la norma costituzionale che prevede i limiti dell’utilità sociale e dei diritti della persona e dei lavoratori alla iniziativa economica privata. In altri termini, si vuole un cambiamento della Carta fondamentale che la trasformi in manifesto del liberismo.
Si parla del modello Germania. Certamente le politiche del governo tedesco non sono quelle che farebbe chi vuole uscire a sinistra dalla crisi. E tuttavia sono molto diverse da quelle del governo italiano e da quelle propugnate da Tremonti e soci. In Germania i sindacati partecipano, attraverso i consigli di sorveglianza, alla vita aziendale. Bombassei, Presidente di Federmeccanica, dice che ciò sarebbe inconcepibile, perché “i sindacati non ci mettono i soldini”. Il governo Merkel ha deciso di investire 10 miliardi di euro in formazione, ricerca e sviluppo: proprio laddove più pesanti sono i tagli del governo Berlusconi. I salari dei lavoratori tedeschi sono il doppio di quelli italiani. Per le crisi aziendali si interviene con la riduzione concordata dell’orario di lavoro, sussidiata dallo Stato, e senza licenziare nessuno.
In Italia si propone la politica opposta: incentivare lo straordinario sino ai limiti delle condizioni lavorative descritte in “Tempi Moderni” di Charlie Chaplin, e per il resto precariato, licenziamenti, cassa integrazione a 700 euro al mese. A nessuno viene in mente in Germania di vietare gli scioperi e tanto meno di cambiare la Costituzione, che contiene clausole sociali molto simili a quella della Costituzione italiana. Insomma in Germania la destra politica ed economica non va all’assalto, come fa quella italiana, di quel che rimane dell’economia sociale di mercato.
Detto questo, è anche chiaro cosa si intende per patto sociale: i sindacati (e magari anche la “opposizione responsabile”) dovrebbero dirsi d’accordo con tutto questo; altrimenti peggio per loro, le industrie vadano in Serbia o in Cina (dove peraltro, come si è visto, gli scioperi non sono vietati).
Il quadro che le oligarchie italiane stanno preparando è quindi quello di politiche ancora più regressive rispetto a quelle fin qui praticate dal governo. Le faccia Berlusconi, se vuole restare al potere; oppure ci penserà qualcun altro, magari lo stesso Tremonti.
Sempre più chiaro è che occorre reagire, e predisporre un’alternativa a tutto questo. Per questo la Federazione della Sinistra dice: lavoriamo per dare all’Italia una forza politica della sinistra che delinei con chiarezza e operi per l’alternativa al sistema dominante; e al tempo steso collaboriamo alla costruzione all’alleanza democratica e costituzionale di cui hanno parlato Bersani e Franceschini. Infatti l’attacco alla Costituzione si delinea come un attacco alla possibilità stessa di una politica di alternativa.
Oggi l’attacco è rivolto all’idea stessa di una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Difendere la Costituzione, difendere la democrazia, difendere i diritti dei lavoratori sono oggi la stessa cosa. Per questo la mobilitazione della Fiom è anche la nostra, è e deve essere quella di tutti coloro che vogliono un’Italia più giusta.
