federazione della sinistra
«Ai politici chiediamo fatti, non parole»
di Giulia Pacifici su il manifesto – 9 settembre 2010
«Piove governo ladro». Inizia così, tra un aprire di ombrelli e un sollevare di cappucci a causa della pioggia, il primo intervento di un’insegnante all’assemblea dei precari della scuola a piazza Montecitorio. Qualcun altro è più ottimista, e ci scherza su con un «precario bagnato precario fortunato». Viene srotolato uno striscione: «Docenti di ruolo solidali con i colleghi precari» e partono gli applausi.
La piazza è loro, la presidiano da quasi tre settimane rimanendo anche la notte, il posto più ambito è nel camper ma a rotazione si dorme pure in tenda.
L’arrivo in piazza dei politici crea momenti di tensione: alcuni precari contestano il capogruppo Pd alla Camera, Dario Franceschini. «Non vogliamo essere uno strumento per ottenere visibilità, vogliamo dei fatti concreti» dicono a Franceschini. «Hanno ragione ad essere arrabbiati – si è difeso il deputato di fronte alle telecamere – ma noi stiamo sostenendo la loro battaglia. È sbagliato fare di tutta l’erba un fascio».
Per qualche minuto sembra che la rabbia prevalga, c’è chi grida contro il politico di turno – erano presenti anche Di Pietro dell’Idv e Ignazio Marino del Pd – e chi cerca di riportare la calma. La situazione torna presto sotto controllo. «Lasciamo da parte le polemiche – interviene Francesco Cori del Coordinamento dei precari – e iniziamo con gli interventi. Non siamo qui per fare bagarra ma per organizzare il calendario della protesta».
Non ci tengono alla spettacolarizzazione né agli eroismi. «Ho sentito troppi ismi, mentre la nostra protesta è unitaria e collettiva» dice Giuliana Valli, l’insegnante romana che ha iniziato lo sciopero della fame cinque giorni fa. «Mi stupisco che una rinuncia volontaria – continua – qual è il mio digiuno desti più scandalo di molte situazioni veramente tragiche in cui le persone sono ridotte sul lastrico».
Le forme di protesta sono molteplici, due precari sono arrivati martedì sera in macchina da Mantova e hanno montato un banchetto per distribuire un libro autopubblicato.
«Doceo ergo sum…precarius», insegno quindi sono precario, si legge sulla copertina. «È una raccolta di aforismi che abbiamo scritto in due mesi io e mio marito – racconta Matilde Serlini, insegnante di lingua spagnola nei licei mantovani – per raccontare con dignità e ironia la condizione del precariato».
Il prossimo appuntamento che si danno gli insegnanti è il 13 settembre, il primo giorno di scuola per gli istituti romani. I docenti entreranno in classe e parleranno della riforma ai propri alunni, spiegandola in maniera semplice, cercando così di informare sia gli studenti sia i genitori. Poi, nel pomeriggio, si sposteranno al ministero dell’Istruzione per un sit-in.
Molti chiedono ai deputati in piazza di portare la questione in parlamento. Marco, insegnante di lettere nelle scuole di Civitavecchia, 35 anni e precario da 10, chiede uno sforzo in più all’opposizione. «Un’interrogazione parlamentare non fa notizia, la sinistra deve tornare fisicamente in mezzo alle persone, magari anche per essere criticata». Lui non ci sta a fare di tutta l’erba un fascio «Questo attacco alla scuola pubblica – dice – sta proprio nel dna della destra e del berlusconismo. È un modo per eliminare un fattore importantissimo di emancipazione sociale e per evitare che si formino coscienze critiche».
In piazza gli interventi si susseguono uno dopo l’altro. Una insegnante prende il megafono per ricordare che «le assunzioni a tempo determinato ci sono, ma nelle scuole private, a cui lo stato concede un finanziamento di un miliardo e 500 milioni di euro». Il cielo intanto si libera e la pioggia da’ tregua ai partecipanti al presidio.
A sinistra del Pd: partito cercasi
di Cesare Salvi su il manifesto – 9 settembre 2010
A proposito dei condivisibili ragionamenti svolti questa estate da Alberto Asor Rosa su il manifesto e del dibattito che ne è seguito.
Partiamo da una premessa: l’Italia è una repubblica parlamentare, non presidenziale. Lo ricordiamo sempre a Berlusconi, qualche volta fa bene ricordarlo a sé stessi. La differenza fondamentale è che nei sistemi presidenziali il capo del governo è eletto direttamente dai cittadini, in elezioni separate anche temporalmente da quelle del Parlamento. Egli dal Parlamento non deve avere la fiducia, anche se ha bisogno del consenso dell’Assemblea (come Obama sa) per far approvare le leggi che propone.
Nelle democrazie parlamentari, invece, il capo del governo non è eletto direttamente, ma è scelto dopo il voto, sulla base dei risultati ottenuti nelle elezioni parlamentari delle diverse forze politiche. Anche nelle democrazie parlamentari i partiti indicano un candidato premier, se lo ritengono una coalizione, e un programma. Se in Parlamento un partito o una coalizione ha la maggioranza, si provvede come indicato preventivamente. Altrimenti, senza drammi, i partiti decidono quale governo formare. Può essere quello non indicato dagli elettori: è successo in Germania nella precedente legislatura e in Gran Bretagna in quella attuale. Il punto che voglio sottolineare è che nelle democrazie parlamentari la decisione definitiva sul governo la prendono i partiti in Parlamento.
Perché tutto questo ragionamento? Per dire che le primarie non possono svolgere in un sistema parlamentare la stessa funzione che svolgono negli Stati Uniti. Tanto è vero che in Gran Bretagna non esistono, e l’unico paese europeo che vuole introdurle è la Francia, dove appunto si elegge il Presidente della Repubblica in via autonoma e separata rispetto al Parlamento.
Per questa ma anche per altre ragioni le primarie non mi hanno mai persuaso, e l’ho detto e scritto dal primo momento, diversi anni or sono. Se si ritiene di farle lo stesso, deve essere ben chiaro che non si sceglie il candidato da proporre a un’elezione monocratica, ma si propone il leader di una coalizione. E’ questa la ragione per la quale non ha senso contrapporre, come mi pare faccia il compagno Vendola, l’idea delle primarie a quella dell’alleanza democratica. Infatti, comunque, alle elezioni una coalizione dovrà pur presentarsi. O si propone il partito unico (e mi pare che nessuno lo stia facendo) oppure il candidato dovrà dire, fra le altre cose, da quali forze politiche ritiene debba essere composta l’alleanza che si presenterà alle elezioni. Insomma, i partiti non solo ci sono (anche se possono non piacere) ma ci saranno alle elezioni, che, ripeto, sono per il parlamento e non per il capo del governo. Spetta a chi si candida a governare l’onere di dire quale alleanza ha in mente.
Insomma le primarie non sono un diritto irrevocabile del popolo ( capisco il linguaggio immaginifico, ma a volte bisogna essere concreti) ma uno strumento che, una volta scelto, non è un valore in sé, e impone l’onere di spiegare bene dove si vuole andare a parare.
E qui veniamo alla sinistra. La Federazione della sinistra non è un cartello elettorale tra i due partiti comunisti. Essa si propone di unire la sinistra italiana e per questo nel documento che è alla base del prossimo congresso (chi è interessato può leggerlo nel sito www.federazionedellasinistra.com) chiede a tutti i cittadini e agli altri soggetti politici della sinistra, a partire da Sel, di concorrere a questo progetto, che richiede il più ampio concorso di forze. In questo momento le proposte politiche della Federazione della Sinistra sono due: alleanza democratica, unità a sinistra. Leggo molte polemiche sulla prima, nessuna considerazione sulla seconda. Eppure non mi pare secondario porsi il tema se serva una forza politica della sinistra che, a partire dal 6/7% dei consensi delle ultime elezioni, svolga in Italia un ruolo di progresso, di rappresentanza del mondo del lavoro, di critica al capitalismo neoliberista.
Tanto più nel momento in cui sembrano avvicinarsi le elezioni anticipate, sarebbe utile che a sinistra invece di polemizzare si discutesse di come unire, nelle forme che si vedranno, le forze politiche e i cittadini di sinistra. Mi pare un problema serio, almeno quanto quello delle primarie.
Festa nazionale martedì 7 settembre
Continua la presenza numerosa e attenta ai dibattiti organizzati nella prima Festa nazionale della Federazione della Sinistra. Si avverte l’esigenza di ascoltare, di discutere e di ricominciare a ragionare anche provando ad intersecare i temi e le questioni. Ieri sera, il dibattito centrale verteva su vecchi e nuovi fascismi alla ricerca di una continuità storica, di similitudini e differenze che ricadono pesantemente nell’attualità. Negli interventi, per quanto incentrati sulle specifiche competenze, da quello di Massimo Rendina, voce storica dell’Ampi, a Saverio Ferrari studioso delle nuove destre , dal magistrato Ferdinando Imposimato al direttore di Liberazione Dino Greco a Fabrizio De Sanctis, della FdS, sono emersi due tratti comuni che rimandavano all’attualità stringente. Da una parte la svolta padronale di Federmeccanica, attacco autoritario ai diritti e, contemporaneamente le modalità con cui si vanno restringendo gli spazi di democrazia reale. Leggi elettorali che rimandano al Listone del Ventennio, una magistratura che si vuole assoggettata al potere politico per frantumare la separazione dei poteri, le forme di normalizzazione dell’accesso all’informazione, attuate sia attraverso l’eliminazione monopolistica, delle voci discordanti, sia con la costruzione di un pensiero unificato e unificante che esclude saperi critici, forme di organizzazione diversificate di un radicalismo populista di destra atto a costruire identità artificiali ed escludenti. Bianca Bracci Torsi, che ha coordinato il dibattito, ha provveduto a indicare i nessi strutturali fra le diverse tematiche affrontate, col risultato che per oltre 2 ore, almeno un centinaio di compagni e compagne, hanno prestato attenzione costante agli interventi, segnale non scontato della volontà, che sta attraversando l’intera festa, di rielaborare un pensiero alternativo.
Stefano Galieni
Intervista a Maurizio Landini
“Federmeccanica ha violato la legge pronti alla denuncia”
di Paolo Griseri su Repubblica 8 settembre 2010
Al muro di Federmeccanica la Fiom risponderà «anche con la battaglia legale».
Maurizio Landini, perché finire in tribunale?
«Lo stiamo valutando in queste ore. Ma certo recedere, come dice Federmeccanica, dal contratto 2008 solo a partire dal 2012 significa riconoscere che il contratto 2008, firmato da tutti i sindacati, è valido fino al dicembre del 2011, la sua scadenza naturale».
Dunque?
«Se Federmeccanica riconosce che il contratto del 2008 è ancora valido, non poteva firmare quello separato del 2009. Facendolo, potrebbe aver violato la legge».
Qual è il vostro giudizio sulla mossa di Federmeccanica?
«E’ il primo passo, grave, verso la fine del contratto nazionale».
Gli imprenditori pensano a un contratto per il solo settore auto. Non vi convince?
«Il contratto auto a cui pensano è quello di estendere a tutti le regole dell’accordo di Pomigliano. Mi pare azzardato definire quello di Pomigliano un contratto».
Il suo collega della Fim, Giuseppe Farina, dice che la disdetta di Federmeccanica non è una notizia. Come risponde?
«Parlando in questo modo Farina offende innanzitutto i lavoratori metalmeccanici italiani. Chi ha dato a Fim e Uilm il mandato per modificare il contratto lo scorso anno? Segnalo chel’accordo del 2008 era stato confermato dal voto di tutti i metalmeccanici italiani».
Dice che Fim, Uilm e Fismic hanno la maggioranza degli iscritti e che dunque possono trattare a nome di tutti…
«Il fatto è che i contratti non valgono solo per gli iscritti ma per tutti i lavoratori. Se sono così sicuri di avere la maggioranza, perché l’anno scorso non hanno voluto sottoporre il loro accordo separato al referendum?».
Federmeccanica chiede nuove regole per rendere più competitive le aziende. Non siete d’accordo?
«La Fiom ha firmato migliaia di accordi nelle aziende concedendo turni di lavoro in più, non possono accusarci di essere rigidi. Non possono chiederci per di abolire il diritto di malattia e quello di sciopero. L’idea che la concorrenza si batte abolendo i contratti collettivi è sbagliata. Negli Usa l’assenza di un contratto nazionale ha consentito ai giapponesi di produrre in quel paese con le regole stabilite a Tokyo. Così la Chrysler è fallita».
Marchionne dice che i sindacati americani sono molto meglio di voi…
«Per Marchionne i sindacati della Chrysler sono il principale azionista: vorrei vedere che li trattasse male».
Che cosa cambia ora per i metalmeccanici italiani?
«Possono cambiare molte cose per le migliaia di aziende in cui la Fiom è l’unica sigla presente in fabbrica. Sarà difficile peri titolari di quelle imprese decidere che il sindacato non esiste più. Credo che molti imprenditori rischieranno di subire le conseguenze di una mossa dettata dalla Fiat».
I rapporti con Fim e Uilm sono a pezzi. Come ricostruirli?
«Con una legge sulla rappresentanza che stabilisca le regole del gioco. E che obblighi i sindacati a sottoporre contratti e accordi a referendum, come vuole la democrazia».
Il pugno di ferro degli indistriali
di Luciano Gallino su Repubblica 8 settembre 2010
Il contratto nazionale di lavoro dovrebbe svolgere due funzioni fondamentali: perseguire una distribuzione del Pil passabilmente equa tra il lavoro e le imprese, e stabilire quali sono i diritti e i doveri specifici dei lavoratori e dei datori. Diritti e doveri al di là di quelli sanciti in generale dalla legislazione in vigore. La disdetta dei contratto nazionale dei metalmeccanici da parte di Federmeccanica compromette ambedue le funzioni, a scapito soprattutto dei lavoratori. Caso mai ve ne fosse bisogno. I redditi da lavoro hanno infatti perso negli ultimi venticinque anni almeno 7-8 punti sul Pil a favore dei redditi da capitale (dati Ocse). Perdere 1 punto di PiI, va notato, significa che ogni anno 16 miliardi vanno ai secondi invece che ai primi. Questa redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto ha impoverito i lavoratori, contribuito alla stagnazione della domanda interna, ed è uno dei maggiori fattori alla base della crisi economica in corso. Quanto al diritti, sono sotto attacco sin dal primi anni 90 e la loro erosione ha preso forma della proliferazione dei contratti atipici che sono per definizione al di fuori del contratto nazionale. Per cui lasciano ai datori di lavoro la possibilità di imporre a loro discrezione, a milioni di persone, quali debbano essere le retribuzioni, gli orari, l’intensità e le modalità della prestazione, e soprattutto la durata del contratto. Si potrebbe obbiettare che il contratto dei metalmeccanici riguarda solo un milione di persone, su diciassette milioni di lavoratori dipendenti. Ma non si può avere dubbi sul fatto che altrisettori dell’industria e dei servizi seguiranno presto l’esempio di Federmeccanica. Dietro la quale è sin troppo agevole scorgere non l’ombra, bensì il pugno di ferro che la Fiat sembra aver scelto a modello per le relazioni industriali. Le conseguenze? Ci si può seriamente chiedere come possa mai immaginarsi un imprenditore o un manager, e come possa sostenere in pubblico senza arrossire, di riuscire a competere con i costi del lavoro di India e Cina, Messico e Vietnam, Filippine e Indonesia, cercando di tenere fermi i salari dei lavoratori italiani mentre li si fa lavorare più in fretta, con meno pause e con un rispetto ossessivo dei metodi prescritti. Magari a mezzo di altoparlanti e Tv in reparto, come già avviene in aziende del gruppo Fiat. Allo scopo di competere con tali paesi bisognerebbe produrre beni e servizi che essi non sono capaci di produrre, o perché sono altamente innovativi, oppure perché sono destinati al nostro mercato interno. Ma per farlo occorrerebbe aumentare di due o tre volte gli investimenti in ricerca e sviluppo, che ora vedono l’Italia agli ultimi posti nella Ue. Affrontare una buona volta il problema dello sviluppo di distretti industriali funzionanti come fabbriche distribuite organicamente sul territorio, tipo i poli di competitività francesi o le reti di competenze tedesche. Accrescere gli stanziamenti per la formazione professionale, le medie superiori e l’università, invece di tagliarli con l’accetta come si sta facendo. A fronte di ci che sarebbe realmente necessario per competere efficacemente con i paesi emergenti, la guerra scatenata da Fiat e Federmeccanica al contratto nazionale di lavoro è un povero ripiego. Che farà salire la temperatura del conflitto sociale. Per di più impoverirà ulteriormente i lavoratori, che così acquisteranno meno merci e servizi, abbasseranno gli anni di istruzione dei figli e dovranno andare in pensione prima perché non possono reggere a un lavoro sempre più usurante. Fa un certo effetto vedere degli industriali che nel 2010, a capo di fabbriche super tecnologiche, si danno la zappa sui piedi.
Gli ultimi della classe
di Antonio Sciotto su il manifesto 8 settembre 2010
L’Italia è agli ultimi posti in Europa per investimenti sulla scuola: più precisamente è penultima, precede solo la Slovacchia. I dati, pesanti ma non certo inaspettati, vengono dall’Ocse, che ieri ha diffuso il suo consueto report annuale sul mondo dell’istruzione. Il nostro paese spende il 4,5% del pil nelle istituzioni scolastiche, contro una media Ocse del 5,7%. Numeri che sostengono le critiche di opposizione e sindacati (in particolare la Cgil) contro il governo e la ministra Mariastella Gelmini. Gelmini che, però, ieri non batteva ciglio, e anzi ribaltava i dati Ocse a proprio favore.
La Slovacchia, «ultima della classe», spende solo il 4% del Pil. Ai primi posti si piazzano invece Islanda, Stati Uniti e Danimarca. Ogni scolaro costa in media ogni anno, in Italia, 6622 dollari (non molto lontana dalla media Ocse di 6687 dollari). L’Italia è inoltre ultima in classifica, per la percentuale di spesa pubblica destinata alla scuola, il 9% (rispetto a una media del 13,3%), seguita da vicino da Giappone e Repubblica ceca.
Ma c’è un’altra notizia che certamente non stupirà nessuno, che purtroppo è scientifica conferma di quanto tutti nel nostro paese già sanno: gli insegnanti della scuola pubblica italiana vengono pagati poco, e in particolare meno della media dei colleghi dei Paesi Ocse. Come se non bastasse, il divario si accentua con il passare degli anni di servizio. Un maestro elementare italiano, ad esempio, guadagna poco più di 26.000 dollari l’anno a inizio carriera, contro una media Ocse di quasi 29.000. Alla fine della carriera, il suo stipendio sale a 38.381 dollari, ma la media nei Paesi Ocse è salita a 48.000 dollari, cioè quasi 10 mila euro in più. Lo stesso vale per il professore delle scuole medie (che guadagna tra i 28.098 dollari iniziali e i 42.132 di fine carriera) e per il docente delle superiori: quest’ultimo, tra gli insegnanti italiani, ha l’aumento più consistente, passando nel corso della carriera da 28.098 dollari a 44.041, ma la media dei suoi colleghi di altri Paesi passa da 32.500 dollari a oltre 54.700.
Il solito disastro del Belpaese, che gli istituti internazionali ogni volta non fanno altro che certificare. Dalle associazioni studentesche, dall’opposizione e dalla Cgil, arrivano le critiche più pesanti al governo, dato che ha tagliato quest’anno ben 8 miliardi di euro all’istruzione pubblica.
Dati negativi anche dal rapporto studenti insegnanti, e dalla dimensione delle classi: gli studenti sono più numerosi nelle classi italiane (22 contro una media Ocse di 18) e il rapporto studenti/insegnante è tra i più bassi (16,4 contro una media di 10,6). In Italia le ore di istruzione previste per i ragazzi tra i 7 e i 14 anni sono 8.200. Solo in Israele gli studenti stanno più a lungo sui banchi, mentre la media Ocse si ferma a 6.777.
Secondo Mimmo Pantaleo, segretario Flc Cgil, l’Ocse «boccia sonoramente le politiche del governo sul sistema d’istruzione: l’Italia non solo spende meno, ma ha tagliato risorse pari a 8 miliardi di euro in tre anni alla scuola e 1,3 miliardi all’università. Per il governo l’istruzione è un costo e non una risorsa. Gli insegnanti sono pagati molto meno dei loro colleghi europei ma il governo ha bloccato per tre anni gli stipendi e cancellato gli scatti d’anzianità».
La ministra Gelmini valuta i dati, al contrario, come «la conferma delle politiche del governo: gli studenti non devono passare tante ore in aula per avere una buona istruzione, e le retribuzioni degli insegnanti devono aumentare in base al merito e non solo per l’anzianità». Per Pd, Idv e Rete degli studenti medi, l’Ocse «boccia la Gelmini», e tutti chiedono «più investimenti nell’istruzione, come vera ricetta anti-crisi». Secondo la Cisl scuola, le cifre Ocse sono «occasione per una riflessione seria su alcuni problemi cronici». 200 mila
INSEGNANTI PRECARI
«Sono troppi, noi non possiamo sostenerne il peso economico, i 700mila di ruolo sono sufficienti a far fronte alle esigenze della scuola». Lo ha detto pochi giorni fa la ministra Mariastella Gelmini. 80 mila
INSEGNANTI DI SOSTEGNO
È circa il numero dei docenti che seguono, dentro le classi, gli alunni con disabilità. Peculiarità (di pregio) italiana, visto che in altri paesi d’Europa i disabili sono a carico del sistema assistenziale o sanitario. 30 mila
INSEGNANTI DI RELIGIONE
Sono i docenti di religione, scelti e indicati dai vescovi, ma assunti e pagati dallo stato italiano. Sempre più scuole, tra l’altro, lamentano l’assenza di attività alternative per gli alunni che non seguono l’ora di religione.
Strappo suicida
di Loris Campetti su il manifesto 8 settembre 2010
Marchionne comanda, Ceccardi obbedisce. Il modello di relazioni sociali in Italia dev’essere quello imposto a Pomigliano d’Arco, senza scioperi e senza mensa, senza orari e senza diritti sindacali e chi si mette di traverso fuori dai piedi. O così o me ne vado da Federmeccanica, dal contratto, dall’Italia, aveva minacciato l’uomo forte del Lingotto. E Federmeccanica ha eseguito, tra gli applausi del governo e i brindisi dei sindacati complici, eccitati dall’esclusione della Fiom da ogni confronto.
Fatta la legge, trovato l’inganno. Traduzione della Federmeccanica: fatto il contratto, trovata la deroga. Tutto sta a scegliersi il contratto giusto, quello che già contenga in sé la possibilità di disattenderlo. Sulla base di questo presupposto, ieri l’organizzazione delle imprese metalmeccaniche ha decretato la morte del contratto nazionale di lavoro siglato unitariamente da tutti i sindacati di categoria e sottoscritto con un referendum dalla stragrande maggioranza dei lavoratori. E una volta cancellato unilateralmente il contratto legittimo, che per comune decisione di tutti i contraenti deve restare in vigore fino al 31 dicembre del 2011, Federmeccanica ha deciso di riconoscersi in quello separato del 2009 che la Fiom non ha firmato e la cui legittimità continua e continuerà a contestare, anche perché quel testo non è mai stato sottoposto al giudizio degli interessati.
La ragione della scelta è semplice: riconvocare i firmatari dell’accordo separato e decidere «insieme» le deroghe necessarie a neutralizzarlo. Con una fava si prendono due piccioni: si espelle la Fiom dalla trattativa e si obbedisce al diktat Fiat che pretende un contratto per sé, vale a dire per il solo settore auto. Di deroga in deroga, i contenuti del futuro contratto sono già scritti, ben prima della finta trattativa con i sindacati compiacenti già chiamati a corte e sono in tutto e per tutto eguali a quelli imposti con il famigerato referendum truccato agli operai di Pomigliano d’Arco. Per la precisione, siccome Marchionne voleva un contratto personalizzato mentre lo stato maggiore delle imprese di categoria voleva estendere le deroghe a tutti i settori, alla fine Federmeccanica ha fatto il più uno, deroghe per tutti e qualche supplemento per l’auto per consentire alla Fiat di estendere la vergogna di Pomigliano a tutti i suoi stabilimenti italiani.
Il presidente di Federmeccanica Pierluigi Ceccardi ha rasentato il comico, quando al termine del direttivo della sua organizzazione ha dichiarato ai giornalisti che «Fiat non ha spinto per niente». Infatti non ha spinto, Sergio Marchionne ha semplicemente ordinato a Federmeccanica di fare «in piena autonomia» tutto quel che ha fatto per evitare la fuoriuscita del socio principale dalla cricca padronale in tuta blu. I consigli ragionevoli di ex soci e dirigenti di Federmeccanica non sono stati minimamente presi in considerazione. Eppure dicevano che dividere i sindacati non conviene perché non aiuta a sconfiggerli (Cesare Romiti), e che la strada dei contratti separati senza la Fiom genera conflitto e dunque non va percorsa (Innocenzo Cipolletta). Sarà interessante vedere cosa succederà in quelle fabbriche, e sono tantissime, in cui l’unico sindacato presente è la Fiom e in quelle, e sono la maggioranza, in cui la Fiom è l’organizzazione che rappresenta la maggioranza assoluta dei dipendenti. Se cercano la rissa, la troveranno. In alcune regioni, a partire dall’Emilia e dalla Toscana, alla vigilia dell’annunciato «recesso» dal contratto 2008 da parte della Federmeccanica, alcuni imprenditori hanno già sottoscritto accordi con la Fiom che ne prevedono l’applicazione.
Contraddizioni in seno al padronato. Il cui vertice chiede ai metalmeccanici Cgil di «ravvedersi», e raccoglie con grossolana soddisfazione la capitolazione subalterna dei sindacati «complici» che ringraziano a ogni schiaffone che ricevono da Marchionne e dalla Federmeccanica. Il prossimo passo – assai probabile, visti gli andamenti delle ultime elezioni delle Rsu in molte fabbriche che premiano la Fiom e penalizzano in particolare la Fim – sarà il premio padronale agli operai che si iscriveranno al sindacato giusto. In qualche posto sta già capitando. Sarebbe interessante se chi sogna il dopo Berlusconi si interrogasse su quel che sta succendendo in Italia.
Sinistra: Salvi, costruire subito alleanza democratica
(ANSA) – ROMA, 7 SET – ‘L’irresponsabilita’ di Berlusconi e Bossi puo’ trascinare l’Italia in una nuova crisi istituzionale.
Questa volta il bersaglio e’ il Presidente della Camera.
Legittimo chiederne le dimissioni; non e’ legittimo coinvolgere il Presidente della Repubblica, e minacciare l’Aventino e la guerriglia alla Camera per ottenerle’. Cosi’ Cesare Salvi, Portavoce della Federazione della Sinistra ‘Di fronte alla crisi politica della maggioranza – spiega – il Presidente del Consiglio deve dimettersi, lasciando al Capo dello Stato, come la Costituzione vuole, la ricerca delle possibili soluzioni. Oggettivamente si avvicina la possibilita’ di elezioni anticipate. Il PD ha formulato una proposta: un’alleanza democratica fondata sulla difesa e sul rilancio della Costituzione’.
‘La Federazione della Sinistra si e’ detta pronta a fare la sua parte – ricorda – a collaborare alla costruzione di questa alleanza democratica. E’ venuto il momento di passare dalle parole ai fatti, di ‘far vedere’ agli italiani che questa alleanza democratica esiste, che e’ una cosa seria, non un’ammucchiata contro ma un’alleanza per far vivere la Carta fondamentale con le sue regole democratiche, i diritti sociali e di liberta’, il principio di unita’ nazionale; per chiudere la troppa lunga parentesi di Berlusconi e di Bossi. Proponiamo a Bersani, a Di Pietro, a Vendola, a tutti coloro che hanno responsabilita’ politiche nell’attuale opposizione dentro e fuori il parlamento, di abbandonare contrasti intestini, ambizioni personali, legittime differenze, perche’ oggi la priorita’ e’ un’altra: e’ l’avvenire dell’Italia. Si riuniscano subito le forze politiche interessate, individuino i punti condivisi, predispongano una grande e unitaria manifestazione nazionale – conclude Salvi – alla quale chiamare a raccolta le italiane e gli italiani che vogliono il cambiamento’.
Pronte politiche peggiori. Con o senza Berlusconi
di Cesare Salvi su Liberazione del 7 settembre 2010
Si sta lavorando in Italia per una destra senza Berlusconi. Non mi riferisco a Fini, e nemmeno a Rutelli. Segnalo alcuni fatti. Tremonti occupa le prime tre pagine di Repubblica per discettare di modello europeo, di patto sociale, di apertura all’opposizione. Il Sole 24 Ore pubblica in prima pagina una lunga intervista a Padoa Schioppa, che sostiene l’opinabile tesi che le politiche di Tremonti sono le stesse di Prodi, e il giorno dopo dedica due pagine a opinionisti e politici che con vari toni confermano in termini elogiativi questa tesi. La presidente di Confindustria a Cernobbio per la prima volta critica le politiche non abbastanza “riformiste” del governo.
Di fronte all’evidente crisi politica dell’attuale maggioranza, si lavora per un nuovo governo di destra, possibilmente in questa legislatura, ancora meglio con il concorso della “opposizione responsabile”: l’Udc e persino il Pd. Quale è il programma? Il modello Germania, il patto sociale… cerchiamo di capire di che si tratta. Nell’intervista di Tremonti, accanto alle consuete arguzie intellettuali, c’è un grande vuoto e un grande pieno. Il grande vuoto è l’occupazione. Dal dibattito il dramma della disoccupazione crescente scompare. Il problema è solo la produttività, la competitività, la necessità che i lavoratori se ne facciano carico. Il pieno è l’art. 41 della Costituzione. Ancora una volta, si propone di cambiare la norma costituzionale che prevede i limiti dell’utilità sociale e dei diritti della persona e dei lavoratori alla iniziativa economica privata. In altri termini, si vuole un cambiamento della Carta fondamentale che la trasformi in manifesto del liberismo.
Si parla del modello Germania. Certamente le politiche del governo tedesco non sono quelle che farebbe chi vuole uscire a sinistra dalla crisi. E tuttavia sono molto diverse da quelle del governo italiano e da quelle propugnate da Tremonti e soci. In Germania i sindacati partecipano, attraverso i consigli di sorveglianza, alla vita aziendale. Bombassei, Presidente di Federmeccanica, dice che ciò sarebbe inconcepibile, perché “i sindacati non ci mettono i soldini”. Il governo Merkel ha deciso di investire 10 miliardi di euro in formazione, ricerca e sviluppo: proprio laddove più pesanti sono i tagli del governo Berlusconi. I salari dei lavoratori tedeschi sono il doppio di quelli italiani. Per le crisi aziendali si interviene con la riduzione concordata dell’orario di lavoro, sussidiata dallo Stato, e senza licenziare nessuno.
In Italia si propone la politica opposta: incentivare lo straordinario sino ai limiti delle condizioni lavorative descritte in “Tempi Moderni” di Charlie Chaplin, e per il resto precariato, licenziamenti, cassa integrazione a 700 euro al mese. A nessuno viene in mente in Germania di vietare gli scioperi e tanto meno di cambiare la Costituzione, che contiene clausole sociali molto simili a quella della Costituzione italiana. Insomma in Germania la destra politica ed economica non va all’assalto, come fa quella italiana, di quel che rimane dell’economia sociale di mercato.
Detto questo, è anche chiaro cosa si intende per patto sociale: i sindacati (e magari anche la “opposizione responsabile”) dovrebbero dirsi d’accordo con tutto questo; altrimenti peggio per loro, le industrie vadano in Serbia o in Cina (dove peraltro, come si è visto, gli scioperi non sono vietati).
Il quadro che le oligarchie italiane stanno preparando è quindi quello di politiche ancora più regressive rispetto a quelle fin qui praticate dal governo. Le faccia Berlusconi, se vuole restare al potere; oppure ci penserà qualcun altro, magari lo stesso Tremonti.
Sempre più chiaro è che occorre reagire, e predisporre un’alternativa a tutto questo. Per questo la Federazione della Sinistra dice: lavoriamo per dare all’Italia una forza politica della sinistra che delinei con chiarezza e operi per l’alternativa al sistema dominante; e al tempo steso collaboriamo alla costruzione all’alleanza democratica e costituzionale di cui hanno parlato Bersani e Franceschini. Infatti l’attacco alla Costituzione si delinea come un attacco alla possibilità stessa di una politica di alternativa.
Oggi l’attacco è rivolto all’idea stessa di una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Difendere la Costituzione, difendere la democrazia, difendere i diritti dei lavoratori sono oggi la stessa cosa. Per questo la mobilitazione della Fiom è anche la nostra, è e deve essere quella di tutti coloro che vogliono un’Italia più giusta.
Legalità metalmeccanica
di Loris Campetti su il manifesto del 2 settembre 2010
I metalmeccanici tornano a Roma in massa. Al 16 ottobre manca un mese e mezzo ma nei meandri e nelle periferie dell’organizzazione già si fanno i conti dei treni e dei pullman necessari a portare una boccata d’ossigeno – o lotta di classe? – nella Capitale. Non saranno soli, se i movimenti, le forze sociali e politiche e tanti uomini e donne di buona volontà risponderanno positivamente all’appello della Fiom-Cgil a battere un colpo contro lo smantellamento della costituzione materiale (e formale) dell’Italia afflitta dal Berlusconi quater e dal Marchionne bis (del primo, quello che «il costo del lavoro non è un problema, non licenzierò nessuno e non chiuderò stabilimenti», si son perse le tracce. Tre voci su tutte rimbomberanno nelle strade di Roma: lavoro, democrazia, diritti.
Ieri il segretario della Fiom Maurizio Landini ha fatto il punto sul presente (Fiat e contratti) e sul futuro (l’appuntamento del 16 ottobre). Sullo scontro in atto con il Lingotto ha ribadito punto per punto la posizione dei metalmeccanici Cgil: pronti a una trattativa vera con l’azienda, anche per discutere orari, turnistica e utilizzo degli impianti. Naturalmente nel rispetto delle regole e del contratto esistente che è quello unitario del 2008, approvato dalla maggioranza dei lavoratori e valido fino al 2012 e che consente di rispondere alle esigenze produttive e competitive della Fiat senza violazioni, deroghe e pretese anticostituzionali. «Noi siamo per il rispetto delle regole, della democrazia e del mandato dei lavoratori», ha detto Landini, la Fiat invece no: «c’è una sentenza che la condanna per antisindacalità e ordina il reintegro dei tre licenziati di Melfi, ma Marchionne si rifiuta di ottemperarvi». A chi parla di atti di «sabotaggio» la Fiom, e la Cgil nel caso del ministro Gelmini, risponde per vie legali. «Rispettare leggi, Costituzione e contratti è legale e moderno, l’illegalità è quella della Fiat», ed è una malattia antica. L’illegalità Fiat fa scuola, come dimostra il caso (raccontato ieri dal manifesto) dei due operai ammalati per cause di lavoro, avvelenati dalle sostanze usate, e licenziati dal fornitore Fiat Commer Tgs a Melfi, una fabbrica a 150 metri dalla Fiat-Sata. Landini spera in un ripensamento di Marchionne a Melfi come a Pomigliano ma ci crede poco e ricorda al Lingotto che la Fiom non si piega a prepotenze, ricatti e unilateralità.
La musica non cambia se si parla di contratti. Quello del 2008 che ora Federmeccanica vuol cancellare è l’unico valido, approvato dai destinatari mentre quello separato firmato da Fim e Uilm un anno dopo non è stato sottoposto al giudizio dei lavoratori. Non è che uno dei contraenti un contratto si sveglia al mattino e dice: non vale più. Se Federmeccanica il 7 di questo mese farà un passo falso gli imprenditori dovranno vedersela con i giudici, e con i lavoratori che non hanno dato alcuna delega a disfare quel che hanno votato. La Fiom non farà sconti, ma Landini non si stanca di ripetere che la sua è l’organizzazione che ha firmato più accordi, altro che il sindacato del no. Vuole discutere, trattare e decidere insieme, senza diktat.
Il punto centrale, dunque, torna essere la democrazia alla luce del progetto di Marchionne che l’associazione degli imprenditori dice di voler far proprio: lo smantellamento del contratto nazionale. Democrazia vuol dire che non si può decidere sulla pelle di chi lavora, servono mandati chiari e verifiche altrettanto chiare. Serve soprattutto una legge sulla rappresentanza per sapere chi rappresenta chi ed evitare che una minoranza si imponga su tutti, come avviene con gli accordi separati, ai livelli confederale e di categoria. La Fiom ha racconto oltre 100 mila firme consegnate agli organismi competenti di Camera e Senato per una legge che stabilisca regole democratiche e pratiche trasparenti.
Se passasse la logica delle deroghe salterebbe la ragion d’essere del contratto nazionale che stabilisce una soglia di diritti al di sotto della quale non si può scendere. La Fiat le pretende per fare ovunque quel che prevede la tagliola della newco di Pomigliano, ma le chiede al fine di realizzare un contratto specifico per l’auto. Federmeccanica, per bocca del suo presidente, vorrebbe estendere le deroghe a tutto il settore metalmeccanico. Due linee diverse – e i conflitti non mancano – anche se entrambe antisindacali. Fiat e federmeccanica sono d’accordo sul fatto che il comando d’impresa debba tornare per intero nelle mani dei padroni. Le aziende vogliono abolire il ruolo di rappresentanza dei sindacati tornando a un rapporto diretto con i singoli dipendenti. I sindacati imbrigliati in enti bilaterali si ridurrebbero a fornitori di servizi e ammortizzatori sociali scaricati dallo stato. Qualche sindacato è già così. Il governo ha lo stesso progetto dei padroni.
Per tutte queste ragioni il 16 ottobre i metalmeccanici torneranno a Roma. In tanti e, probabilmente, non da soli.
Roma, sabato 4 settembre ore 14.30 Piazza Campo de Fiori
La Federazione della Sinistra invita compagne e compagni a partecipare alla manifestazione indetta dal
Coordinamento Nazionale Antidiscriminazione “Sa Phrala” (Ogni persona è tuo fratello), uno spazio unitario che raccoglie le principali organizzazioni rom e sinti presenti in Italia.
La manifestazione, gemellata con altre che avverranno in contemporanea indette a Parigi e a Marsiglia, intende esprimere la propria indignazione dopo i recenti provvedimenti del governo francese e del suo presidente Sarkozy, immediatamente riprese dal governo italiano e dal ministro Maroni contro rom e sinti anche provenienti da paesi comunitari. Francia e Italia, accomunate in questa fase da due governi che si dimostrano incapaci ad affrontare la crisi economica e sociale e a salvaguardare i diritti delle fasce sociali meno garantite, ripropongono per l’ennesima volta la logica aberrante e xenofoba del capro espiatorio individuando in poche migliaia di persone colpevoli solo vivere in condizioni di disagio, la causa di tante tensioni e paure. In Francia continuano, nonostante le critiche della stessa Unione Europea, della chiesa e di gran parte della stessa popolazione francese, i voli di rimpatrio coatto in Romania e in Bulgaria eseguiti ai danni di cittadini a cui dovrebbe essere garantito il diritto alla libera circolazione. In Italia si preannunciano provvedimenti ancora più duri, con la richiesta che verrà portata al Parlamento europeo di modificare in senso restrittivo la direttiva del 2004 che sancisce la libera circolazione negli stati membri. A Roma, una città di 4 milioni di abitanti dove il numero di rom che vive in campi regolari o meno non raggiunge le 10 mila persone, in gran parte minorenni, il sindaco Alemanno reagisce alla morte orrenda di Marius, un bambino di soli 3 anni, arso nella sua baracca a causa di una candela, facendo radere al suolo poche ore il rogo, il resto del piccolo accampamento. Il cosiddetto “piano nomadi”, un colossale investimento che non modificherà e non migliorerà le condizioni di vita di chi oggi vive nei campi ma anzi contribuirà ad accrescere emarginazione, esclusione sociale, separazione, non è altro che l’ennesimo annuncio propagandistico di chi è incapace di affrontare una questione di ordine sociale. Si colpiscono le persone che vivono nel degrado dopo aver fatto di tutto per tenerle in condizioni di subalternità. Eppure il mondo, gli uomini e le donne rom non sono soltanto quelli narrati dalla cronaca, disumanizzati e ridotti a stereotipi. Si riduce a problema di ordine pubblico un fattore fondante della cultura europea, di gente giunta da secoli in Europa, ricca di tradizioni, saperi, arte, musica, poesia . Un mondo che troppo spesso le istituzioni vogliono ignorare. La Federazione della sinistra sarà sabato al fianco di questi uomini e queste donne, così come sarà parte di quella società italiana democratica e antirazzista che prova vergogna di fronte all’arretramento e al razzismo che si respira in troppi Paesi d’Europa. Ci sarà condividendo le stesse parole d’ordine del comitato promotore
- Stop alle nuove forme di deportazione!
- Stop al razzismo e alla discriminazione contro rom e sinti
- Stop ai campi nomadi e per la realizzazione di una inclusione sociale che non costruisca spazi di marginalità
- Stop alla strumentalizzazione mediatica di rom e sinti a fini politici
Invitiamo i compagni e le compagne a partecipare in massa portando con se le bandiere della Federazione della Sinistra.
A Roma 25 giorni di Festa “in direzione ostinata e contraria”
di Stefano Galieni su Liberazione del 1 settembre 2010
Per chi “viaggia in direzione ostinata e contraria”, prendendo a prestito un verso della splendida canzone di Fabrizio De Andrè – Smisurata preghiera – tratta da una poesia di Alvaro Mutis, l’appuntamento è a partire dal 2 settembre a Roma, nel quartiere S. Lorenzo, nei pressi di P.zzale del Verano. Il verso della canzone è stato scelto come titolo della prima festa nazionale della Federazione della Sinistra, che si protrarrà per 25 lunghi giorni e il cui programma è stato presentato ieri presso la sede di rappresentanza della Regione Lazio in Via poli 29, da Cesare Salvi (Portavoce nazionale della Fds), Fabio Nobile, portavoce romano e responsabile della festa, Alfio Nicotra, responsabile politico della Federazione Romana del Prc e Gianluca Schiavon, che ha seguito l’organizzazione dell’evento sempre per il Prc. Il calendario che è stato presentato è intensissimo e giunge nei tempi e nei modi al centro della stagione politica che si prepara, delle problematiche sociali ed economiche e vedrà presenti quasi tutti i protagonisti dello scenario politico, i dirigenti delle forze sindacali e non e di movimento. Fabio Nobile nel presentare gli aspetti generali della festa ha voluto rimarcare due aspetti importanti: la gestione collettiva e militante di questa maratona, che sancisce nel lavorare i percorsi di costruzione della Federazione della Sinistra, e il carattere provocatoriamente costruttivo del titolo. La scelta di avere tutta la molteplicità degli interlocutori nel campo della sinistra e del centro sinistra, non solo nazionale rende possibile una kermesse di sicuro impatto politico. Ma ci sarà spazio anche per la musica, presenti gruppi noti ed emergenti del panorama musicale spaziando per ogni genere musicale, e per momenti di socialità utili a ricostruire un tessuto comune di convivenza. L’elenco delle personalità che certamente saranno presenti nella costruzione di percorsi di dialogo su contenuti precisi è lungo: dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che sarà presente il 22 settembre a Oscar La Fontaine, per la Linke che interverrà il 24 e poi Angelo Bonelli, Sergio Chiamparino, Giuseppe chiarante, Luigi de Magistris , Michele Emiliano, Claudio Fava, Claudio Martini, Livia Turco e Nicola Zingaretti, come dirigenti politici, Bianca Berlinguer, Furio Colombo, Concita de Gregorio, Norma Rangeri, Roberto Natale fra gli operatori dell’informazione, Guglielmo Epifani, Maurizio Landini, Giorgio Cremaschi, intellettuali come Antonio Gramsci Jr, Stefano Rodotà, Massimo Rendina, Rossana Praitano, tanto per fare alcuni nomi, poi miriadi di rappresentanti di associazioni e forze strutturate e informali, che agiscono su tematiche specifiche e ovviamente le compagne e i compagni che dirigono le forze su cui si basa ora la Federazione. Cesare Salvi, ha centrato il suo intervento intersecando la stagione politica che si prospetta, con le sue ricadute politiche e sociali, con la festa, rimarcando come l’appuntamento della Federazione sia un momento di confronto funzionale all’unità della sinistra:«Le recenti dichiarazioni del segretario del Pd danno atto del fatto che si apre una stagione in cui ci sarà chi potrà contribuire a costruire un nuovo “Ulivo” e chi a realizzare un campo della sinistra, senza che questi progetti distinti siano in contrapposizione ma possano, con ruoli diversi, contribuire a sconfiggere le destre». Salvi si è anche soffermato sul proficuo dibattito che si è innescato attorno alla legge elettorale considerando quella in vigore la peggiore del mondo e su quelli che possono essere gli scenari immediati: sociali, con la crescita della disoccupazione e delle casse integrazioni straordinarie, e politici, con il rischio di avventurismi della destra estremamente pericolosi. Da ultimo è intervenuto Gianluca Schiavon per puntualizzare alcuni elementi. Intanto la straordinaria stagione estiva che ha portato le forze della federazione a realizzare oltre 250 feste in tutto il territorio nazionale o quasi, segno di vitalità e di voglia di partecipazione politica. La sinistra di alternativa, in questo momento soprattutto la federazione è l’unica forza in Europa che nonostante sia esclusa dai parlamenti riesce a mobilitare i propri attivisti per quasi un mese restituendo alla politica quell’idea di servizio, del fare che sembrava condannata alla sparizione. Ha anche invitato i presenti a notare come nel preparare la festa sia voluto dare importanza a numerose questioni ma si sia scelto di dare risalto alle questioni di genere troppo spesso sinora non sufficientemente considerate. E per concludere la musica, limitandosi a segnalare le presenze più conosciute: Assalti Frontali, Villa Ada Posse, One Love S. System, il gruppo rom di Alexian Santino Spinelli (Alex ta la Chave) e numerose esperienze jazz, soprattutto al femminile. Appuntamento alla festa allora.
Bersani si ricordi i danni del Mattarellum
di Cesare Salvi su il manifesto del 31 agosto 20101
Nelle moderne democrazie i sistemi elettorali svolgono due funzioni. La prima è quella di trasformare in seggi i voti avuti dalle forze politiche, la seconda riguarda la scelta dei candidati da eleggere. I due aspetti non vanno confusi.
In particolare, il collegio uninominale può servire al funzionamento maggioritario del sistema, ma può anche essere usato in un sistema proporzionale (come ad esempio la legge elettorale italiana per il Senato prima della riforma del 1993). Nell’Italia della seconda Repubblica si è adottato il sistema maggioritario; dapprima, con la legge Mattarella, attraverso i collegi uninominali; successivamente, con la legge Calderoli (approvata nel 2005), con il premio di maggioranza e la lista bloccata. In entrambe le versioni, questo sistema non ha prodotto nessuno dei benefici auspicati dai suoi proponenti: non vi sono state maggioranze stabili e coese, non vi è stata riduzione della frammentazione partitica, non vi è stata un’effettiva scelta degli eletti e il corrispondente radicamento nel territorio.
Sotto quest’ultimo profilo, chi auspica il ritorno alla legge Mattarella dovrebbe ricordare la spartizione che ciascuna delle due coalizioni faceva dal centro, con i conseguenti candidati paracadutati dall’alto. Abbiamo avuto insomma i danni del maggioritario, ma nessuno degli attesi benefici.
Per passare dal discorso sistemico a quello politico, è per effetto del sistema maggioritario che Berlusconi e Bossi hanno trasformato la maggioranza relativa di voti in maggioranza assoluta (che nel paese non hanno). Basta fare quattro conti. L’impressione di un’Italia nella quale Pdl e Lega hanno un largo e invincibile consenso tra i cittadini è un effetto distortivo dovuto appunto al sistema maggioritario. Nelle ultime elezioni regionali il Pdl ha avuto il 30 per cento e la Lega il 12 per cento. Con un sistema di impianto proporzionale, non avrebbero in Parlamento la maggioranza per governare. La legge maggioritaria grava sulla politica italiana come una gabbia di forza, comprime il pluralismo politico e ideale presente tra i cittadini prima ancora che tra le forze politiche, tende ad espellere della rappresentanza i punti di vista diversi da quelli dominanti.
Da tempo sono convinto che una legge elettorale simile a quella tedesca sia la via da seguire per ridare vitalità alla democrazia italiana, anche incentivando la partecipazione al voto. Quel sistema ha un impianto proporzionale corretto dalla clausola di sbarramento. Sulla base dei dati delle elezioni più recenti (parlamento europeo e regionali) entrerebbero in Parlamento i cinque partiti di adesso nonché la sinistra, se unisse le sue forze. All’obiezione che così i governi non li scelgono i cittadini, si può rispondere (oltre che citando i danni che tale idea ha introdotto in un sistema che rimane parlamentare), che nessun sistema maggioritario, tranne la legge Calderoli, che è un unicum mondiale, garantisce al partito o alla coalizione che arriva prima la maggioranza assoluta in parlamento; e ciò nonostante sono già in crisi.
Anche per quanto riguarda la possibilità dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti, il sistema tedesco offre una buona soluzione. La metà dei parlamentari è eletta con il collegio uninominale, l’altra metà, ai fini del riequilibrio della rappresentanza, su liste bloccate molto corte. Questo meccanismo è migliore del voto di preferenza, che non dà una buona prova di sé nelle elezioni regionali e delle grandi città, sul piano della trasparenza e della qualità della politica.
Giusto complemento della riforma elettorale sarebbe una legge di attuazione dell’articolo 49 della Costituzione (quante giuste intuizioni rimaste disattese nei nostri padri costituenti!) che preveda, come appunto in Germania, l’onere dei partiti di adottare metodi democratici nella propria vita interna, anche e soprattutto per la scelta dei candidati.
Si giungerà in Italia, in questo Parlamento o nel prossimo, a nuove regole elettorali che contrastino la crescente degenerazione della politica? Non è facile essere ottimisti. Ma credo questo sia un tema che richieda un impegno anche culturale: come si diceva un tempo, una battaglia delle idee.
Ferrero: alleati dei democratici senza entrare nel governo
Intervista a Paolo Ferrero
su la Repubblica del 29 agosto 2010
«Evitiamo gli errori del passato, evitiamo il ritorno all’Unione e il Pd a vocazione maggioritaria. Troviamo un’altra strada». Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista ha accolto positivamente l’appello di Bersani per un’alleanza democratica. Non lo convince però, la prospettiva dell’ Ulivo.
Perché?
«C’è un’emergenza nel Paese e per questo va benissimo, data l’attuale legge elettorale, un’alleanza per chiudere con Berlusconi. La Federazione della sinistra, però, non è interessata a entrare nell’Ulivo».
Alleati ma distinti?
«Sì ma non equidistanti. Per intenderci: per noi fa differenza se al governo ci sta Berlusconi o Bersani. E noi preferiamo Bersani. Però al governo non ci andiamo. Perché i governi riformisti alla Prodi hanno fallito».
Restano le differenze, quindi.
«Sì, ma non sono tali da impedirci di stare insieme per sconfiggere Berlusconi o di trovare la convergenza su alcuni punti programmatici. Il nostro progetto, però, non è il governo. Abbiamo un altro obiettivo».
Quale?
«Ci poniamo il problema di unire la sinistra anticapitalista fuori dall’Ulivo. Un soggetto come la Linke in Germania. Per è necessaria una nuova legge elettorale».
Proporzionale?
«Sì, proporzionale con uno sbarramento. Sarebbe un modo per riequilibrare la dialettica politica. A quel punto potrebbero formarsi un polo di estrema destra, uno leghista, uno di destra moderata o di centro, un centro cattolico, un centrosinistra e una sinistra vera».
Domani Conferenza stampa Festa Federazione della Sinistra
Martedì 31 agosto alle ore 11,30 si terrà a Roma (in via Poli, 29 – Sede Regione Lazio) la conferenza stampa di presentazione della prima Festa nazionale della Federazione della Sinistra (fondata da Prc, Pdci, Socialismo 2000 e Lavoro e solidarietà), che si svolgerà dal 2 al 26 settembre a Roma, Piazzale del Verano – San Lorenzo.
Cesare Salvi, portavoce nazionale della Federazione della Sinistra, insieme al consigliere regionale Fabio Nobile, portavoce romano della Federazione e responsabile della Festa, illustreranno la lunga kermesse di 25 giorni, che rappresenta il primo appuntamento romano di confronto politico a tutto campo della nuova infuocata stagione.
I dibattiti previsti, infatti, oltre ad affrontare i nodi dell’attualità (dal confronto tra le opposizioni del centrosinistra agli scenari internazionali, dal federalismo alla crisi politica e economica, dalla Fiat ai problemi del lavoro, dalla libertà di stampa alla questione femminile, dal problema dell’immigrazione a quello delle carceri, alle emergenze di Roma e del Lazio, solo per citarne alcuni) proporranno il confronto sui diversi temi tra i diversi rappresentanti dell’opposizione di sinistra e centrosinistra, le forze sindacali e i movimenti.
Hanno già dato conferma della loro presenza, per discutere sui nodi della nuova stagione politica con Cesare Salvi, Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto, Gian Paolo Patta e gli altri dirigenti della Federazione, tra gli altri: Pier Luigi Bersani, Bianca Berlinguer, Angelo Bonelli, Sergio Chiamparino, Giuseppe Chiarante, Giorgio Cremaschi, Furio Colombo, Concita De Gregorio, Luigi De Magistris, Michele Emiliano, Guglielmo Epifani, Claudio Fava, Antonio Gramsci jr, Ferdinando Imposimato, Oscar Lafontaine, Maurizio Landini, Claudio Martini, Citto Maselli, Roberto Natale, Leoluca Orlando, Rossana Praitano, Norma Rangeri, Massimo Rendina, Stefano Rodotà, Livia Turco, Nicola Zingaretti.
Anticipazioni sugli appuntamenti della Festa anche su www.federazionedellasinistra.com <http://www.federazionedellasinistra.com/> e su Facebook (Festa-nazionale Federazione della Sinistra).
Quattro domande a… Rosa Rinaldi
da Liberazione.it
1) Che cosa pensa delle proposte di aperture e disponibilità che si stanno muovendo a sinistra – a sinistra del Pd – in preparazione delle elezioni?
Credo che la forma della Federazione della Sinistra sia la più aderente alla realtà.Una realtà che esige un processo di unificazione della sinistra senza però schiacciare, nascondere le differenze. E devo dire che questa formula sta raccogliendo consensi e non mi sembra sia guardata con sarcasmo dalla sinistra, come era avvenuto prima. È importante, comunque, che si apra un percorso che vada oltre la Federazione della Sinistra e che serve a costruire un progetto di centro-sinistra come forma di intesa vera.
2) Nell’ultimo sondaggio pubblicato sul nostro sito la maggioranza dei lettori/naviganti vorrebbe una coalizione allargata del centrosinistra. Che si vada oltre Fds e Sinistra ecologia e libertà. Per quello che vale, ovviamente, un sondaggio di questo tipo, che cosa le suggerisce il risultato?
Non mi stupisce. Il problema che hanno i partiti, e dunque anche noi, è che hanno bisogno di recuperare il divario che esiste tra gli iscritti, i militanti e la gente, quell’elettorato di riferimento più ampio. Penso sia necessaria una mediazione che riavvicini queste due “forze”. Mi sembra allora un buon segno che chi ci legge guardi a noi con un’attesa maggiore, con una speranza di ampliamento.
3) Il Capo dello Stato è contrario ad elezioni anticipate. Si profila un governo di “transizione” , tecnico. Sarebbe una buona idea per non affrontare le urne al buio?
Il problema di fondo è che questa maggioranza sta mostrando il suo volto più autoritario. Il conflitto istituzionale è evidente e una maggioranza che minaccia di ricorrere alle piazze…beh, ricorda le pagine storiche più brutte di questo paese. Quindi il Presidente della Repubblica va salvaguardato, è legittimo che prima di indire le elezioni verifichi che la possibilità di un governo alternativo. Detto questo vedo le alchimie di questo tipo molto distanti dalla società reale.
4) È importante essere presenti in Parlamento? E quanto è importante?
È importantissimo. Ma non per il partito o per la Fds, ma perché è in Parlamento che si deve esprimere la nostra politica. Penso, in primo luogo, al lavoro. Non è mai accaduto nella storia di questo paese che in Parlamento manchi una rappresentanza del mondo del lavoro. La non presenza oscura non solo noi, ma le ragioni del conflitto sociale. E noi ci candidiamo ad essere questa espressione, questa rappresentanza.
Quattro domande a… Claudio Grassi
di Liberazione.it
1) Che cosa pensa delle proposte di aperture e disponibilità che si stanno muovendo a sinistra – a sinistra del Pd – in preparazione delle elezioni?
Penso che siano positive. Se si dovesse andare al voto credo sia opportuno trovare il modo di allargare le prospettive della Federazione della sinistra
2) Nell’ultimo sondaggio pubblicato sul nostro sito la maggioranza dei lettori/naviganti vorrebbe una coalizione allargata del centrosinistra. Che si vada oltre Fds e Sinistra ecologia e libertà. Per quello che vale, ovviamente, un sondaggio di questo tipo, che cosa le suggerisce il risultato?
Mi sembra un segno di maturità dei visitatori. Se abbiamo l’ambizione di vincere, dobbiamo unire. Certo le forze in campo sono molto diverse tra loro e dunque, per evitare di riproporre scenari già visti , e fallimentari, piuttosto che avere obiettivi di governo è meglio trovare tre o quattro punti cin comune su cui far convergere la coalizione. Potrebbero essere:
a) la Costituzione
b) la legge elettorale
c) il conflitto di interessi
d) il lavoro
3) Il Capo dello Stato è contrario ad elezioni anticipate. Si profila un governo di “transizione” , tecnico. Sarebbe una buona idea per non affrontare le urne al buio?
Capisco Napolitano, è giusto che tenti una verifica prima del ricorso alle urne. Tuttavia non vedo le condizioni politiche minime perché possa nascere un governo tecnico. Composto da chi? Pdl e Lega sono contrari. Un insieme che va da Fini al Pd, passando per l’Udc non regge.
4) È importante essere presenti in Parlamento? E quanto è importante?
Inutile negarlo: il fatto di non essere in parlamento da due anni ci ha tolto molta visibilità, ha inciso sulle nostre campagne. Non siamo presenti sui media. Non è un fattore principale della politica, ma è importante essere in Parlamento. Se si va alle elezioni deve essere tra i nostri obiettivi.
“Il premierato già bocciato dagli italiani”
Intervista a Gianni Ferrara
di Paolo Persichetti su Liberazione del 18 agosto 2010
Secondo le destre al governo l’Italia di oggi traverserebbe una fase di transizione delle regole costituzionali nella quale alcune norme della Costituzione non avrebbero più vigenza reale, ma sarebbero solo una mera eredità del passato, della Prima Repubblica, cioè di un sistema politico ancora imperniato sulla centralità dei partiti e del Parlamento. Modello oggi sostituito da un sistema bipolare e da una legge elettorale che indica il premier vincente. Questa guado istituzionale è stato da alcuni riassunto sotto l’espressione di “costituzione materiale” che – a detta degli esponenti della destra – dovrebbe imporsi sulla costituzione formale. Da qui il duro scontro con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha ribadito il suo ruolo di difensore e interprete del dettato formale della Costituzione, nella quale sta ancora scritto che egli resta il detentore del potere di scioglimento delle Camere, una volta verificata l’impossibilità di una nuova maggioranza di governo in sede parlamentare.
Ma cosa è questa costituzione materiale? La costituzione reale iscritta nei rapporti di forza di un Paese, si sarebbe detto in chiave marxista un tempo. La dottrina giuridica forgiò questa nozione per tentare di spiegare quella singolare forma statuale che si impose con l’avvento del fascismo e del nazismo. Regimi che salirono al potere aggirando i sistemi istituzionali in vigore, esautorandoli senza mai abrogarli formalmente. In Germania, Ernest Fraenkel parlò a tale proposito di “Stato duale”. La costituzione di Weimar venne legalmente disattivata grazie ad una clausola che ne prevedeva la sospensione. Da noi, invece, prese piede la nozione di costituzione materiale, che – ci ha spiegato il professor Gianni Ferrara – «servì a descrivere quel che avvenne sul piano istituzionale con l’avvento del fascismo. Opera del professor Costantino Mortati, pubblicata nel 1940, questo concetto ebbe il compito di definire quello che era successo in contrasto con lo Statuto albertino, cioè l’abolizione dei diritti dei cittadini, l’eliminazione della rappresentanza politica, la riduzione del Parlamento ad organo asservito a un dittatore».
Professor Ferrara, oggi è ancora possibile pensare ad una costituzione materiale in grado di sopravanzare la costituzione formale?
La costituzione materiale non è una costituzione. Le costituzioni sono atti normativi. Gli atti normativi sono formati da articoli. Gli articoli contengono disposizioni. Le disposizioni sono regole giuridiche che hanno forza legale. Chi evoca queste cose non sa nemmeno di cosa parla.
Eppure, professore, questa nozione è stata chiamata in causa nel dopoguerra per definire la cosiddetta “costituzione effettivamente vigente”. Cioè l’applicazione o la disapplicazione di parte della carta costituzionale, gli orientamenti interpretativi, le consuetudini, i principi suscettibili di revisione ecc.
Appena 4 anni fa un un comitato di cittadini indusse gli organi dello Stato ad un referendum costituzionale respingendo il tentativo di cambiamento della Costituzione. In quella legge di riforma costituzionale si prevedeva, tra l’altro, che il potere di scioglimento delle Camere fosse assegnato al capo del governo. Il popolo italiano l’ha respinta. Le tesi sostenute in questi giorni dagli esponenti del Pdl avrebbero avuto legittimità se nel 2006 il popolo italiano avesse approvato quelle proposte. Ma il popolo italiano le ha respinte. Di quale costituzione materiale stanno parlano?Tacciano che è meglio. Siamo in presenza di un ignobile tentativo di condizionare il presidente della Repubblica.
E’ pur vero, professore, che l’attuale Costituzione non gode più di quel consenso ampio che sussisteva negli anni della Prima Repubblica, quando esisteva il cosiddetto “Arco costituzionale”. Oggi sono al governo forze politiche che gli erano estranee.
Questo non è vero perché noi abbiamo per la prima volta nella storia delle costituzioni una carta che dopo 50 anni dalla sua promulgazione è stata riconfermata col voto del popolo. Che ci sia una classe politica che voglia riformare la Costituzione è un qualcosa che depone contro questa classe politica e dimostra quanto questa volontà di stravolgimento del testo costituzionale non sia rappresentativa del popolo italiano, che invece si è espresso direttamente, chiaramente e nettamente.
I cecchini del governo contro la Carta
di Massimo Villone * su il manifesto del 18 agosto 2010
Lo scontro istituzionale tra Pdl e Quirinale scuote la politica con inusitata violenza. I fatti. Da una maggioranza in decomposizione si levano grida scomposte che l’unica alternativa a Berlusconi è il voto. Si minaccia persino la discesa in piazza per l’unico vero e giusto capo del governo. Napolitano, in un’intervista a l’Unità, rivendica i poteri che la Costituzione gli affida nelle crisi di governo. Chiede sobrietà e rispetto delle istituzioni. Le sue parole sono lette come apertura a un possibile governo tecnico, e la polemica cresce. Il vicepresidente dei deputati Pdl – non l’ultimo dei peones – lo accusa di tradire la Costituzione. Dal Quirinale una secca nota sfida ad azionare lo strumento per tali casi previsto: l’impeachment per attentato alla Costituzione. Bene. Sarebbe davvero assordante il silenzio di un capo dello stato di fronte all’esplicita accusa di tradire la Costituzione.
Un contesto di altissima febbre istituzionale. L’impeachment è stato attivato una sola volta, nei confronti di Cossiga. La procedura non arrivò a concludersi, perché la DC, partito di maggioranza relativa e di governo, fece quadrato, e l’opposizione non aveva i numeri – forse nemmeno la convinzione – per andare fino in fondo. Ma quel presidente aveva rovinosamente «picconato» la Costituzione. Lo dico con tutto il rispetto comunque dovuto a chi proprio in queste ore ha cessato di vivere. Nella mia opinione, la sentenza della Storia è già definitiva. Oggi, invece, siamo nella serie degli organi neutrali e di garanzia – presidenza della Repubblica, corte costituzionale, CSM – messi nel mirino dai cecchini governativi.
Per l’art. 92 il capo dello stato nomina il presidente del consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri. Apparentemente, nessun limite al potere di nomina del presidente del consiglio. Ma il limite c’è, e lo troviamo nell’art. 94 laddove prescrive che il governo deve avere la fiducia delle camere. Dunque il capo dello stato deve nominare chi in prospettiva può ottenere il voto favorevole in parlamento. In questo senso il capo dello stato con la nomina non entra nella dialettica maggioranza-opposizione. Per questo i costituzionalisti hanno considerato sempre con diffidenza governi «elettorali», nominati in vista dello scioglimento subito dopo un prevedibile e anticipato diniego della fiducia. E hanno guardato con cautela ai «governi del presidente», esecutivi di emergenza mandati al voto di fiducia con il solo sostegno del capo dello stato e senza un precostituito accordo di maggioranza.
Come entra in questo il popolo sovrano che – secondo la vulgata del Pdl – elegge direttamente il capo del governo? Appunto, non entra. È ben vero che la legge elettorale prevede un «capo» della coalizione, e che l’evoluzione in senso bipolare del sistema politico in qualche modo anticipa l’identità del futuro premier. Di questo le consultazioni postelettorali del presidente della Repubblica hanno già preso atto. Ma è un’evoluzione che di per sé non nega il dato costituzionale. Perché nominando quel «capo» della coalizione il presidente della Repubblica sceglie appunto chi in prospettiva può avere il voto favorevole delle camere, in specie con la gruccia del premio di maggioranza.
E se la crisi viene in corso di legislatura? Il Pdl grida al tradimento degli elettori se si cambia governo o maggioranza. Ma qui c’è un dato insopprimibile. Per l’art. 67 Cost. il parlamentare non ha vincolo di mandato. Tutti i governanti sognano in parlamento un obbediente parco buoi. Ma chi studia sa che proprio sulla libertà del parlamentare sono nati i moderni parlamenti. Un parlamentare può votare il governo che crede. Se i suoi elettori si sentono traditi, certo lo puniranno nel successivo turno elettorale. Cosa c’entra in questo il capo dello stato? Esattamente nulla.
Il presidente della Repubblica è chiamato solo ad accertare se esiste una maggioranza parlamentare a sostegno di un esecutivo. Niente di più, niente di meno. L’accertamento può essere sostanzialmente automatico, all’inizio di legislatura e con la legge elettorale vigente. Oppure può essere assistito da una più o meno ampia discrezionalità in corso di legislatura, in rapporto alle condizioni politiche concrete. E il potere di scioglimento si connette all’esistenza o meno di quella maggioranza. Se esiste, non si scioglie. Se non esiste, si scioglie. Questo è il dato costituzionale.
La nostra tormentata esperienza conferma la saggezza dei costituenti. E conferma anche l’errore di chi a sinistra ha dimenticato le ragioni che storicamente avevano condotto a privilegiare la centralità della rappresentanza politica. Di chi ha ceduto alle ingannevoli sirene del presidenzialismo di fatto, dell’investitura popolare del leader con la sua maggioranza, della governabilità come bene pervasivo e assoluto.
Di tutto questo vediamo ancora una volta gli esiti perversi. Anche il costituzionalista è chiamato a manifestarsi in prima persona, per ricostruire una cultura in cui sia chiaro che la casa della democrazia si trova a Montecitorio e Palazzo Madama, e non a Palazzo Chigi.
* Ordinario di diritto costituzionale – Facoltà di Giurisprudenza di Napoli
Nessun futuro per una sinistra divisa
di Gian Paolo Patta su il manifesto del 17 agosto 2010
Le conseguenze del voto alla Camera, che ha evidenziato come il governo Berlusconi sia in minoranza, saranno rilevanti non solo per la sorte del governo ma per tutto il quadro politico, comprese le singole forze politiche e le loro relazioni. La sola ipotesi di un nuovo soggetto politico di centro, che potrebbe nascere da un accordo tra Fini e Casini, già influenza gli schieramenti e le prospettive dello stesso Pd. Una parte del gruppo dirigente di questo partito propone che alle prossime elezioni, in permanenza di questa legge elettorale, allo schieramento berlusconiano venga contrapposto uno schieramento Pd-Casini-Fini. È una proposta, che abbia o meno successo è al momento secondario, non motivata da ragioni numeriche e che punta esplicitamente ad una definitiva trasformazione del Pd in un partito di centro.
Si tratta di un rilevante progetto politico che punta all’emarginazione di quanto resta di sinistra nello stesso Pd e delle formazioni di sinistra, attualmente extraparlamentari, che mantengono nel paese un elettorato tra il 5 e il 7%. È una proposta che brucia il tentativo di Vendola di riorganizzare verso sinistra il partito democratico. Anzi, è probabile che nel nuovo quadro politico che emerge dal voto della camera, le primarie vengano liquidate. A Vendola verrebbe a mancare lo strumento principale su cui ha fondato la propria iniziativa. Qualora invece si andasse alle elezioni dopo una nuova legge elettorale, cosa molto improbabile, che inevitabilmente facesse nascere un polo di centro, le conseguenze sul Pd e sulla sinistra sarebbero diverse solo sul piano organizzativo ma non su quello politico. Una legge maggiormente proporzionale potrebbe portare una parte delle forze costituenti il Pd a confluire nel nuovo polo di centro.
In tutti i casi l’evoluzione del quadro politico evolve verso una definitiva emarginazione della nostra frammentata sinistra , anche nel caso di una legge elettorale disegnata sul modello tedesco. A meno che la sinistra non raggiunga una dimensione impossibile da liquidare e senza il cui apporto sarebbe velleitaria qualsiasi ipotesi di vittoria su Berlusconi. Credo che Vendola, senza rinunciare alla battaglia nel centrosinistra che sta portando avanti, abbia l’onere, per il ruolo che si è conquistato sul campo, di avanzare una proposta che dia unità e quindi peso al complesso delle forze della sinistra. Al di là della forma che questa unità potrebbe assumere, credo che sarebbe un po’ avventuroso scommettere tutto sul proprio ruolo personale e sul rapporto con i media. Corre il rischio di camminare sulle sabbie mobili scambiandole per un sostegno sicuro. Meglio, quando si scende in battaglia, contare sull’organizzazione delle proprie forze.
La Federazione della Sinistra ha assunto l’obiettivo dell’unità della sinistra nel proprio documento congressuale ed è quindi pronta a fare la propria parte; come pure, a fronte del grave pericolo per la stessa costituzione rappresentato da Berlusconi, ha deciso che farà la propria parte per garantire la nascita di un governo di salvaguardia costituzionale. Ci sono quindi i presupposti perché i due tronconi della sinistra, superando errori, settarismi e personalismi, tornino a parlarsi.Le forze che si apprestano al congresso fondativo della FdS, superando dolorose lacerazioni, danno prova concreta di credere nell’unità. Certo la forma federale ha dei grossi limiti, visibili quotidianamente nella difficoltà della FdS a diventare un soggetto politico vivo nel territorio, ma se la volontà unitaria è reale questi limiti saranno superabili soprattutto se scenderà in campo tutto il popolo della sinistra politica e sociale.
Credo che ricostruire una sinistra non marginale sia un dovere nei confronti innanzitutto, ma non solo, dei lavoratori che privi di rappresentanza politica stanno affrontando uno degli attacchi più duri mai subìti nella storia della Repubblica: divisione dei sindacati, attacco allo statuto dei lavoratori e al suo articolo 18, agli articoli sociali della costituzione compreso il diritto di sciopero (Pomigliano), destrutturazione dei contratti nazionali di lavoro. Il complessivo spostamento al centro del quadro politico e il permanere di una sinistra divisa e marginale impedirebbe persino l’organizzazione di una qualunque difesa.
