Federalismo fiscale e demaniale al via. Obiettivo: fare soldi

 

Secessionismo, ad esempio, come quello tentato negli Anni Sessanta-Settanta dagli irredentisti altoatesini o sudtirolesi di Eva Klotz, con l'assalto al tritolo dei tralicci dell'alta tensione perché volevano non solo un'autonomia speciale per la provincia di Bolzano, ma addirittura la secessione dall'Italia e la successiva annessione al Tirolo, che invece non li ha voluti perché sarebbero stati i loro "terroni". In ogni caso l'Svp, La Sud Tiroler Volks Partei, o Partito popolare sudtirolese, ha ottenuto dall'Italia tanti di quei soldi, in nome della mai finita diatriba sull'appartenenza, che nessun'altra regione o microarea europea è riuscita a strappare al rispettivo Stato centrale.
Oppure separatismo, come quello propugnato il secolo scorso da un'élite politica siciliana - fino all'idea strampalata di diventare nel Secondo Dopoguerra la 49esima stella americana, accompagnata dagli attentati del bandito Salvatore Giuliano - che riteneva di poter ottenere così per la Sicilia una condizione specialissima anche rispetto alle altre quattro regioni a statuto speciale (Valle D'Aosta, Trentino-Alto Adige Friuli-Venezia Giulia, Sardegna) e che infatti ottenne sotto la forma dell'Autonomia, sostenuta da tutte le parti politiche, dalla destra alla sinistra e da una Dc dimezzata, su cui si imperniò l'esperienza del Milazzismo e su cui si fonda l'attuale riproposizione autonomista, appunto, del governo Lombardo, sostenuto (e partecipato) dalla destra del Pdl alla sinistra del Pd, con il partito di maggioranza che si presenta ancora una volta dimezzato e diviso.
Bossi, Calderoli, Maroni, Cota, Zaia, Formigoni and company, oggi però vogliono qualcosa di più. Allora si trattava di ideologie; oggi, sotto il manto del fondamentalismo leghista, gonfio di egoismi localistici e di fobie razziste - come sempre avviene e si accentua nei momenti di crisi, quando c'è da stringere la cinghia, quando impera l'idea che mors tua vita mea - c'è qualcosa di più: ci sono i soldi; "i piccioli", come direbbero gli amici siciliani del senatur.
I soldi che devono rimanere in loco, non più drenati dallo Stato e da "Roma ladrona", che anziché continuare ad essere foraggiata adesso è diventata la vacca da mungere, di volta in volta con l'invenzione della Questione settentrionale, delle Grandi opere, dei Fondi per le aree sottoutilizzate, eccetera. Tutto, purché la si faccia finita con la Questione meridionale e con il finanziamento "a perdere" del Mezzogiorno.
Anche perché adesso i maggiori sostenitori del partito di governo e di Silvio Berlusconi non sono più quegli sfigati del Sud, grandi elettori democristiani di un tempo, ma "tutti gli uomini di Umberto Bossi" che hanno saldamente in mano l'elettorato delle tre regioni più ricche e importanti del Nord: Piemonte, Lombardia, Veneto. E che da quelle roccaforti stanno muovendo alla conquista delle "città rosse" - come Mantova, Parma e Piacenza, Modena e Reggio Emilia; come potrebbe avvenire persino con Bologna al prossimo turno, dopo i disastri politici di Sergio Cofferati e la débacle etica di Flavio Delbono che ha aperto la strada al commissariamento, lasciando la città stordita, disorientata, incazzata con la sinistra. Peggio che mai nelle deluse cinture operaie stremate dalla crisi che, come sempre è avvenuto, determina l'inevitabile accentuazione degli egoismi individuali e il conseguente spostamento a destra delle propensioni elettorali.
Dunque era prevedibile che il federalismo si trasformasse nel "separatismo finanziario". Che vuol dire: ogni regione per sé; con il federalismo fiscale per non concorrere all'equidistribuzione della ricchezza nazionale, trattenendo invece ciascuno quello che produce, dando vita così a 20 sistemi sanitari e 20 forme di welfare diverse, 20 regimi scolastici e 20 separati livelli formativi, 20 rivendicazioni antagoniste di priorità sulle infrastrutture, eccetera. Con il risultato che ci saranno 20 italiette a velocità variabile, ognuna con le risorse di cui dispone. Facile capire che cosa succederà in Campania, Calabria, Basilicata, Molise, Puglia, Sicilia, Sardegna.
Per questo ieri sia il presidente del Senato Renato Schifani sia quello della Camera Gianfranco Fini, dopo l'approvazione in Consiglio dei ministri del decreto che introduce il "federalismo demaniale", si sono affrettati a dichiarare che il federalismo va bene ma deve unire il Paese e non dividerlo. Arrivando a dire Schifani che nella prossima manovra finanziaria «qualche sacrificio dovrà essere chiesto a chi se lo può permettere».
Da questo orecchio di sicuro Bossi Calderoli e Tremonti non ci sentono. Sono loro infatti gli ideatori e i firmatari della proposta di federalismo demaniale approvata dall'apposita Commissione bicamerale (l'Idv ha votato con la Lega, il Pd si è astenuto) varata l'altro ieri in prima battuta da Palazzo Chigi.
Obiettivo: la grana, l'argent de poche . I soldi che ciascuna regione, provincia o comune, dovrà ragranellare - poiché la manovra finanziaria taglierà altri trasferimenti dallo Stato agli Enti locali - attraverso la vendita (svendita) dei beni demaniali (beni comuni come il territorio e l'acqua, o ciò che resta dei beni immobili come il patrimonio artistico e monumentale) ai soliti noti, agli amici degli amici, a qualche potente che dispone di risorse finanziarie pronte, magari rientrate dall'estero grazie allo scudo fiscale o riciclate da insospettabili società di gestione di patrimoni la cui provenienza è e rimarrà insondabile.
«Oggetto dell'attribuzione alle Regioni ed Enti locali - recita il testo del decreto - sono i beni del demanio marittimo (mare, coste, imbarcaderi, litorali, isole, ndr), idrico (acqua! ndr), gli aeroporti di interesse regionale o locale, le miniere (come le ex cave dell'Elba trasformate in villaggi turistici, ndr) e gli altri beni immobili (monumenti, ndr) dello Stato e i beni mobili (opere d'arte, ndr) ad essi collegati».
Non basta: «I beni attribuiti al patrimonio disponibile degli Enti territoriali possono essere alienati solo dopo la loro valorizzazione attraverso le varianti allo strumento urbanistico (i Comuni sono avvisati! ndr); i beni trasferiti agli enti territoriali possono, dopo l'approvazione delle varianti urbanistiche, essere conferiti ad uno o più Fondi comuni di investimento immobiliare».
Te capì?

Demetra Mann
da liberazione del 23/05/2010